di primi freddi e segni discordi.

questa città è una brace
e mi brucia sempre un po’ di più.
dimmi come stai in tre parole.
sono dove vorrei essere,
ne ho usate quattro, va bene lo stesso?
come stai?
mi godo lo spettacolo.
quel sorriso accennato
insieme a quel respiro innocente
che chiamava quasi imbarazzo
e faceva tremare le pareti del petto
peggio del bradisismo.
oggi sono successe cose che
mi hanno fatta
commuovere riflettere incazzare.
uguaglianza formale e sostanziale
della carta costituzionale
vanno a farsi fottere.                              attraenti specchi per le allodole.
dicevi che brillo e che devo continuare,
che facevo piangere anche te.
eppure non ci sei più.
eppure devo continuare
a preservarmi e accudirmi.
mentre pranzavo qualcuno mi ha scritto che
gli manca il mio corpo,
che ancora mi desidera.
mi sono chiesta
se a te manca svegliarti con me addosso.

e ormai quando ascolto yvette young
non riesco a non versare lacrime.

vedo Napoli e muoio sempre un po’ di più.

mi terrorizza la relatività delle cose.
tipo le emozioni precarie, vissute
con le budella attorcigliate
che poi si snodano e tutto passa.
si sciolgono come pastiglie e
non rimane più niente.
è davvero possibile?
la pelle conosce l’unica verità.
tutto si è
dissolto sgretolato incendiato.
e tu sei stato un evento marcatore,
un fatto spartiacque.
e io ora sono macerie e rovine.
tu mi sei accaduto, per poco.
e io sono
decaduta.
rifondata su me stessa
ma da sola.
sola con me
ma insieme a me.
delle consapevolezze acquisite
ho avuto prova.
sono
cresciuta, migliore, amorevole
verso quella me di cui non mi curavo abbastanza. ora,
creatura indifesa e vulnerabile.
pronta e schiva, accartocciata.
orgogliosa ma pure col marchio di
occasione persa, in potenza e mai in atto.
inizia a farmi male questa città,
l’ho amata sin dal primo istante e
adesso che ci vivo a metà,
adesso che ci torno e ci ritorno
non muoio e
ho un’orchestra in testa.
vedi, Napoli poteva essere
ancora più bella se vissuta
forte con te.

quante cose non t’ho detto,                       manco il tempo m’hai dato.

MT

ho dimenticato i nomi delle cose,
da quando ci sei tu.
inizio a nutrire dubbi sulla mia capacità
di interpretazione.
sono forse diventata analfabeta?
come una pentola a pressione
a tratti
esplodo.
compressione
sovraccarico
e riduzione.

si, mi sento
come fossi
ridotta, piccola, minuscola,
azzerata, deturpata, sformata.

si può essere pieni e vuoti
nello stesso istante?

come una mamma
guarda il suo bambino appena nato,
incapace di abbandonarsi al sonno
perché non può fare a meno
di contemplarlo,
così quella notte mi sono sentita.
ti guardavo, ti accarezzavo, e mi emozionavo.

non sei uscito dal mio ventre
ma lo hai nutrito, e abitato, e saziato.

impietose circostanze
e indisponibilità emotive
che cibano i mostri dell’anima scura.
vorrei tanto ricordarti che

esiste anche
la luce.

di nuovo, ancora.

lasciva lasciava
i suoi resti al miglior offerente.
amabili insonni perversi.
languida li disseminava
fra sudori e respiri affannati e urla
di inaspettato piacere.
e hanno suonato orchestre
e hanno ballato corpi
dentro uno spettacolo
limpido e sporco.
dentro quell’acqua
sopra improvvisati letti
in mezzo a quelle persone
sconosciute ineffabili
sagome quasi finte e
vivissime.
madonna ricoperta di sudore
strega della pudicizia perduta
della conoscenza dei corpi e del sé
martire dei richiami più puri.
come dagli oceani profondissimi
rianimata salutava quel posto
in cui epifanie erano sbocciate
solerti.
sorridendo se ne andava,
a notte fonda,
presente consapevole sommersa
scoperta.

sabato domenica

torno a casa presto di sabato sera
domani sveglia presto di domenica mattina
metto il vibratore in carica
mi corico nuda stanca svogliata
le cosce ancora indolenzite intorpidite
scalpitano d’inganni e disillusioni.
sempre alla ricerca e col bisogno sottopelle di emozione sanguigna pesante
gorgoglia il desiderio e insieme la tremenda paura di non poterlo sentire.
croce e delizia
per l’anima pura
maledizione con la o chiusa
ma concetto perennemente aperto
per me e la mia routine da cagnabambina rottamata esausta con le speranze a pezzi e le porte appena socchiuse che lasciano intravedere gli spasmi e le piaghe o pieghe e i solchi solenni di un corpo morbido e caldo. esanime.
più per meno meno
perchè fa sempre cosi male
non essere superficiale.
imbecille e felice
sapore atroce e dolce
non acre come il sale degli occhi che scende senza permesso né pietà.

accarezzami
finiscimi.

giochi di dolore

è successo un miracolo: ho letto un libro dopo
non riesco a quantificare quanto tempo.
si, perché ormai mi ero ridotta malissimo e avevo totalmente perso il piacere di leggere, complici millemila motivi di carattere impositivo e ostativo.
così mi sono ritrovata fra le mani una perla, di quelle preziose preziosissime che non puoi farti sfuggire perché sai che dentro quel mare,
incastonata incastrata imbrigliata,
ci sei anche tu.
un diamante che di grezzo non ha nemmeno gli scarti.
mi prudeva tutto perché dovevo averlo, ero in pace mentre lo leggevo.
parole scelte sapientemente,
delicate, non artificiali.
sempre appropriate e mai volgari o qualunquiste
mai fuori posto, mai esasperate, esagerate.
tutto esattamente come dovrebbe sempre essere raccontato, detto, spiegato.
giusto, etico, nobile, crudo, acre, onesto,
provocatorio, doveroso, opportuno.
conveniente per chi ha fede,
sconveniente per chi demonizza
per ignoranza o pregiudizio.
delicatamente irriverente
puro e gentile, consapevole e trasparente
come le gocce sacre che scendono
e per cui ringrazi.
che non ostenta nè ha la pretesa di essere esauriente o arrivabile a tutti.
in atto e insieme in potenza.
una fonte inspiegabile di giustezza.
inesauribile naturalezza,
coccola, premura, cura,
carne, lacrime e sangue.
identità.
non distoglie, non storce ma raddrizza,
restituisce.
questo libro mi ha benedetta.
mi ha fatto ricordare, mi ha fatta sentire e risentire e sentire ancora.
le nature non si scelgono, siamo tutti tante cose, siamo irrimediabilmente ciò che sentiamo.
richiami ascolti preghiere carezze
nutrimento linfa liquido di vita
questo libro come un rito eucaristico.
lo rileggerò ancora e ancora.
incredibilmente leggera
e felicemente piena.
sicura come fuoco
libera come acqua.

prima fermata.

sul treno
viaggio a tappe
mai spensierata
mai consolata
come spiaggia deturpata.
partorisco rumori
dentro me
fuori di me
attraverso me.
leo mi siede addosso
l’unico figlio che forse avrò
e se non riuscirò – il desiderio si diventare madre –
so.
sarà stata colpa di questa società
senza niente.
malata debilitata devastata egoista
collusa corrosa condizionata concitata
senza motivo.
offuscata
senza speranze.
senza preavviso.
ti maltratta ti consuma ti rovescia
regime catatonico
stato comatoso
respiro artificiale.
non conoscevo la rabbia
prima di questi tempi.
è colpa vostra se
adesso
so com’è.

bolle di sapone marsiglia.

in un paio d’ore
passare da una ipa ghiacciata
alla palla in bocca e la bava.
cagna
randagia in cerca di anime
composte decise sapienti
che la liberino
la accudiscano
come si fa con le cose belle
rare
le perle in mezzo al mare.
oceani di fluidi
schiaffi
colpi
animatemi.
fagocitata da emozioni primitive
quando arrivano gli sputi
gesti volgari
dettati da desideri (im)puri.
sembra una lotta ad armi impari
ma siamo
uguali
feroci
animali.
cagna
rimessa
alla volontà
datemi il mio pane quotidiano.
non il viandante
non uno qualunque
voglio
la purezza
l’anima
la delicatezza.
che sia culla
la mano che stringe
la carne lucida
pronta per essere consumata
che sia casa
la mano che si fa spazio nella gola
che sia tana
la mano che si insinua dentro me.
mi schiudo
mi sciolgo
mi sento
se respiro
il mio essere
cagna fedele.

chi ci pulirà dal sangue?

e se io non volessi essere pulita?
se volessi rimanere
sporca segnata marchiata?
deturpata, sformata.
libera da
costrutti dogmi pregiudizi.
libera dai vizi.
e tu, rendimi libera.
in fondo, sono sempre stata affezionata al
comandamento
essere segnata fuori per rimanere
marchiata dentro.
agnello sacrificale e sacrificato.
bestia sacra dissacrata
dalla non immacolata
concezione eccezione devastazione.
liberami dal male.
e tu, liberami e basta.

sensorium.

processare eventi che coinvolgono le emozioni richiede spesso una naturalezza temporale che non bisogna chiedere a se stessi. arriva.
miracoli sensoriali,
richiami antichi a cui è impossibile dare spiegazioni plausibili, che abbiano senso compiuto.
eppure sono compiute eccome.
vissute così tanto che marchiano l’amigdala.
il contatto emotivo che avviene ancor prima di quello corporeo.
connessione di menti e cellule.
emozioni si snodano una alla volta e risuonano insieme, amplificandone l’intensità.
è stato un viaggio durato un giorno.
perché sentirsi ha un prezzo così alto?
non ho avuto paura di quell’abbandono.
triviale, sacro, primordiale.
totale.
mi sentivo scorrere
dentro oltre attraverso me.
fluire.
rituale mistico e carnale,
forma di preghiera antica recitata in silenzio.
saziami, bevimi, bruciami.
seviziami.
cedo per un istante e guardo lo specchio
come una bambina
a cui dicono di non guardare, non resisto.
mi giro, non voglio rovinarmi la sorpresa.
le mani
la corda
la cera
gli artigli
il tuo odore.
non vedo niente,
posso soltanto sentire tutto.
la bocca aperta, in attesa.
ti prendo, ci provo.
sonagli mi distraggono, mi inganni e colpisci.
ti sento, adesso ti vedo.
stringi quella corda come se volessi imprimermi qualcosa addosso,
di te, di quel momento
di quelle concessioni estreme.
hai modellato la mia essenza,
mentre ero abbandonata e tua.
hai plasmato un essere amorfo dandogli dignità, restituendogli ciò che più al mondo desiderava.
era esattamente quello che voleva essere.

sono tante cose, sono anche questo.

finita la sessione ti scrivo per raccontarti, rimani sempre il mio punto di riferimento, e
per tutta risposta mi chiami poco dopo.
ho capito che fare corde è un po’ come quando fai l’amore,
sarà sempre diverso nel momento in cui cambi partner.
ieri ho fatto praticamente palestra, molta tecnica, poco contatto e zero connessione. ma ero stata avvisata, ero preparata e il mio spiccato intuito non si è ancora dimostrato fallible.
non c’entra nulla con quello che facciamo io e te, tuttavia, sono stata bene comunque.
sono stata sospesa e anche parecchio in alto. sensazioni nuove e indomabili.
girava la testa, quando ho provato ad abbandonarla all’indietro una forte nausea si è presa gioco di me, ma ho imparato che se sto inarcata a pancia in giù non provo alcun fastidio.
mi dico che mi abituerò, me lo ripeti anche tu, con quella voce rassicurante e quel sorriso che scorgo anche
da una riduttiva telefonata.
dici che mi adori e che la mia intelligenza ti manda in pappa il cervello.
ti ha fatto un tk?
e lo hai sopportato a lungo?
rispondo ad entrambe le domande in modo affermativo.
mi dici che sono una bravissima bunny e non solo. ridiamo tanto.
ridiamo perché sappiamo cosa ci aspetta.
finalmente ci vedremo fra una settimana e ci divertiremo tantissimo.
a giorni farò corde con un’altra persona,
so già che sarò a mio agio e sarà un’esperienza intensissima.
la sua empatia e la sua sensibilità fuori dal comune mi hanno ipnotizzata dal primo istante.
e poi, mi fido ciecamente delle tue parole.
ci vediamo presto gioia mia.

di sospiri e sorrisi.

sentirle ancora prima che mi tocchino,
con la loro prepotenza delicata,
guardarle scorrere
attorno, sotto, sopra di me.
sentirne l’odore.
attesa famelica
sete insaziabile
richiami ancestrali.
fiducia incondizionata
quella che ho scelto di darti.
fidarsi e affidarsi
di te, a te, anima gentile e premurosa.
le prime corde,
intime, nostre.
mi avvolgono e mi cullano,
un rito silenzioso e interrotto
dai miei leggeri lamenti e i tuoi colpi decisi.
fonte di sospiro e piacevole tortura
dolosa, decisa.
la prima gabbia, la prima sospensione.
e finisco appesa, dondolo
in mezzo alla gente.
in aria, abbandonata ti guardo, mi stringi e mi baci,
mi dici che sono bravissima.
sorrido, bimba fiera e ammansita.
la dolce e sadica soddisfazione
nei tuoi occhi,
la felicità nei miei.

passeremo un giugno tremendo.

ragionare sul peso specifico delle cose.
si schiantano
senza preavviso.
impattanti.
non ho letto le avvertenze,
il foglietto illustrativo
l’ho ingoiato,
buttato giù con le lacrime.
per centinaia di giorni mi sono
schivata
scansata
ignorata.
per giorni, impilati l’uno sull’altro
come scatole.
per giorni, così tanti,
che sono diventati anni.
è che le cose sono potenti.
ti lasci prendere, tutta.
ti lasci sporcare, ogni fottuto centimetro.
i segni sul corpo stanno sparendo,
quel corpo marchiato e devoto.

non m’importa del caldo,
ti voglio addosso a me.

lo sai che sono ancora tua, vero?

quando mi chiederanno
a cosa sto pensando
risponderò sempre che è una tigre.

G.

questo ufficio come una prigione.
celle di alveare
mi soffocano più del solito.
le tue parole
inaspettate
lame affilate scarnificano il petto debole.
la pretesa di anestetizzare
qualsiasi impeto di portata considerevole. gestazione di un dolore nuovo, primipara impreparata ai giorni che verranno.
cercherò il tuo volto
nelle notti bianche.

di Bologna e delle mie alterazioni.

interno sera.
casa vuota con me dentro.
la abito male, mi abito peggio.
questa città è
piena
libera
e brulica di vita.
ti stringe e non ti giudica.
culla per chi chiede
asilo
ascolto
conforto.
nenia rassicurante
richiamo atavico di madre presente.
non opprimente.
il più romantico dei compromessi.
ed io
mi sento così piccola
così sola.
sogno mani e sogno braccia,
e mancanze condivise,
e labbra che mietono vittime.
sono i cinque sensi a chiedermelo,
accesi
allertati
offesi perché ripudiati.
mi sento
terra di mezzo
e
terra di esilio.

programmiamo le ferie per guardarci negli occhi.

sono sempre stata carne debole
davanti a te.
tu, la mia criptonite.
la mia espressione pura,
libertà e accettazione.
ci siamo riconosciuti subito,
ci siamo vissuti forte,
ci siamo mancati assai.
miseri esseri che significano.
terra arida e desertificata,
io senza di te.
frustrazione malinconica
censura imposta
soffocamento di pensieri e desideri
avranno fine
quando ci guarderemo di nuovo attraverso.
una speranza mi ha aperto il petto,
mi ha spaccata da mento a piedi,
quando la credevo ormai perduta.
promessa, attese, certezze.
quante epifanie ho conosciuto con te,
che mi hai insegnato la legittimità dei legami, la purezza dell’appartenenza.
insieme, abbiamo sempre significato.

amplificatore tedesco.

mi ha fatto bene al cuore,
il primo viaggio dopo mesi di immobilità.
il primo viaggio dei tre programmati.
la prima occasione per sentirmi di nuovo.
in silenzio, ma coi soliti rumori interni che scatenano gli organi.
così inizia il chiasso,
quello che non ammette cura.
è successo ancora, di vederlo negli occhi degli altri, e respirarlo tramite i loro gesti.
stava lì,
irrimediabile
irriducibile
sfacciato
davanti ai miei occhi umidi, che si nutrivano di immagini. scoppiettavano.
e mi è mancata quella onnipotenza salvifica che contiene veleno.
e mi è tornato il ricordo addosso,
e l’ho sentita riempirmi il petto
quella sensazione
totale,
vorace
e senza condizione alcuna.
morsa che stringe e restituisce.

compressione.

dicotomia irrimediabile
di pensieri inaccessibili.
ruggiscono.
il cuore
purga
e
spinge
bianco sangue avvilito.
l’anima deforme
abita
il corpo ormai diafano.
tana insicura.
riconsiderare gli universi paralleli
che si eviteranno
anche questa volta.
sento il dovere di rimanere presente.
sento le voci
squillanti minacciare promesse nere.
mantra
recitato
ripetuto
replicato.
è giunta l’era del compromesso.

23 aprile.

sentire forte senza sentirsi,
nel giorno dell’iniziazione.
parole performative
che impartiscono ordini.
consacrazione
di un sistema binario
di ruoli e consapevolezze.
a quattro zampe
cagna
pronta devota ubbidiente.
incendio sottopelle
che attende
il mistero della
verità.
vacilla.
goccia di dubbio instillata
dai troppi quesiti
rivestiti di incertezze.
è giunto il momento,
ma forse non è
qui e ora.

condizione.

naufrago inghiottito
da corridoi di acque imbizzarrite.
distese di niente
arredano le pareti interne
affollano
le mattine ruvide svuotate.
urgenze di egemonia
storie narrate
e spazi da abitare.
alternanza di cori
permissivi e perentori.
disegni lisergici
desideri succinti
e
soppressioni involontarie.
censure debilitanti sfibrano
le ipotesi futuribili.
siamo
snaturati logorati inferociti.
tutto si rivela deficitario
ed inizia ad esserci qualcosa di male.

non tutte le ciambelle escono col buco.

e ogni volta mi frammentavo,
ed ogni notte mi raccoglievo.
facevo attenzione alle
scomposizioni di me.
identificazione numerica ad personam,
agghiacciante fantomatico progresso.
involuzione imbizzarrita
delle coscienze
delle arti
delle emozioni.
chi sa meravigliarsi ancora?
anime bradicardiche
raggrinzite
e
saracinesche stridenti che ululano.
è una guerra mondiale fin troppo silenziosa,
che abita le case degli attenti.
abbaiano i senza tetto.
ma c’è chi rimane a letto,
ignaro, ignavo, assente.
ieri ho visto uno
che ti assomigliava.
ci siamo guardati durante la mia marcia indietro.
ho confermato a me stessa
che mi sei entrato dentro,
che fai parte di me,
nonostante tutto,
nonostante te.
la differenza è sottile ma spinge forte.
soffrire passa, si lenisce, guarisci.
aver sofferto, però, risuona, e graffia.
in sintesi, non passa.
un po’ come l’amore e l’aver amato,
ammesso che tu sia capace di
amare sopra ogni cosa.

clausole vessatorie.

non ho un’anatomia,
sono senza forme.
ne ho tante, che una sarebbe stata banale.
animale in cattività
stretto, costretto, recluso.
la frustrazione tachicardica
la passione consumata negli anfratti,
come fanno gli adolescenti
in preda agli ormoni schizzati.
il tempo
dilatato
congelato
privo di limiti e dimensioni.
disarma.
schiavizza.
a nulla serve programmare,
se poi
le attese estenuanti
si posano
su ogni cosa.
distesi
fra alberi e malintesi,
a giocare a conoscersi
annusarsi
scompigliarsi.
mi piacerà la pelle
che deciderò di abitare?
mi sarà concesso tentare?
la speranza è sotto assedio.

colpi di stato.

le lenzuola ruvide
esibiscono le tracce della lotta
con gli infiniti te stessi.
lacerante combattimento fra mandingo.
istanze di parti che chiedono
ascolto
aiuto
assoluzione.
risolversi è diventato
l’obiettivo del momento,
non più sovrapponibile.
non puoi evitarlo né rimandarlo.
desistere
eludere
saltare.
niente.
qualcosa che vagamente ricorda
una (ri)nascita.
di nuovo. da capo.
una fondazione, una cerimonia di iniziazione alla vita.
tabernacoli vuoti in attesa di saziarsi della loro eucarestia.
sfinirsi di silenzi e gocce salate.
chiamarsi
mentre il cielo cade giù a pezzi.
e sperare di riuscire a trovarsi.
sostare in questo tempo che
a tratti sa di onirico
ha ghiacciato il torrente che prima scorreva.
ricongiungimento
riconciliazione
riappropriazione,
quasi come se
ci si potesse possedere.

deflusso.


sottomessi al daimon interiore
sottoposti alla trascrizione
del suo linguaggio incomprensibile.
codici smarriti per un lessico che rimane alieno,
nel tentativo sterile di assomigliare
ad un presunto stoico.
rimboccami le palpebre, che le mie funzionano male.
esplosioni interstiziali
dei nostri organi
in via di decomposizione.
inchiodami.
finiscimi.
la ri-animazione
dopo il coma emozionale
che mi ha tenuta prigioniera.
espugnata,
rasa al suolo,
incendiata fino all’ultimo residuo di umanità.
l’ho supposto, un finale non banale
e guaritore.
e intanto continuiamo a sanguinare,
imbrigliati in un presente progressivo
che ci contiene.

sottovuoto.

testardi come muli,
curiosi come bambini,
innocenti come imputati di facciata.
non conviene, dicono.
collezioniamo fallimenti,
e intanto restiamo
fabbricanti disillusi.
e come se non ne avessimo mai abbastanza,
finiamo per pagare il prezzo
elemosinando emozioni reversibili.
mi ricordo di quando
ero diventata la cosa più vicina all’amore che mi girava intorno.
ero altro da me.
ero fuori da me.
mi sono svenduta il cuore,
mi sono affacciata alla finestra dell’abbandono.
poi, sono riemersa dall’oceano di gomma.
bugiardo e tiranno.
sono andata incontro a mille volti,
senza riconoscerne alcuno.
adesso i tempi non sono maturi,
si dice così, no? come fossero frutti.
a volte lo sento persino marcio, il mio.
defraudata del diritto d’amare.

all eyes on me.

riflessioni randomiche
edificanti
con effetti collaterali risolutivi,
partorite su un divano di pelle rosso.
indagini retrospettive e
fotografie di costole e anime rotte.
giace il corpo
esangue
provato
accusato
su gelidi scenari siderurgici.
sottintesa resta
la ragione per cui decidiamo spesso di
rinnegare
rattoppare
ridisegnare
finti ordini di cose e storie
per sentirci meglio.
versami gli acidi sul cuore e sciogli le intemperie.
coraggio, conta e procedi.
solo così potrò essere
obbediente
libera
sfrenata.
che sia lieve o feroce,
così sia.

partecipazione sleale.

sorrisi al cloroformio,
finti si aprono sulle labbra non più immacolate.
si schiudono, peccatrici.
figuranti precari e per nulla convinti
si muovono sulla scena
tutti i santi giorni.
dove si nasconde la verità?
occhi languidi e compiacenti,
famelici, ricercano.
mantenere l’anonimato
come quando
guardi attraverso un glory hole,
tu, vojeur di emozioni.
immobile e muto. tremante.
insaziabile trafficante di umori altrui.
container di liquidi biologici e spasmi,
e lacrime e sangue.
sai dirmi che sapore ha, la verità?
l’hai incrociata, forse,
per caso o per sbaglio,
e mi chiedo
se ti sei accorto, e ti sei sporto.
se hai sentito il coraggio per assaggiarla.
sopraffazione mista a rassegnazione.
è grande la paura che possa sbranare gli stomaci maltrattati, è forte, ti fotte come una puttana che non sa fare altro.
smetti pure di ascoltare, se ti conviene.
le mie parole sono
sporche
indisciplinate
piene.

17+1

le volevo sul corpo le sensazioni,
le volevo sulla pelle,
che sta cedendo alla miseria temporale.
maledetta corrosione.
inventerò presto un ologramma,
per poterti rivedere, per riscoprire te.
stanotte t’ho sognato,
e tu invece m’hai segnato,
così tanto da non poterlo sospettare.
assecondarsi,
ridistribuire le afflizioni coi giusti contrappesi, evitando gli orrori scusabili.
guardarsi da non troppo dentro,
che si finisce per affogare.
annientare quei silenzi che fanno chiasso,
seguire liturgie statiche e
termini sospensivi,
da cui far discendere gli effetti.
come fossimo contratti,
spiriti negoziabili.
quando siamo irretrattabili.

liberaci dal male.

un grammo di gioia corrente.
frutto acerbo, passato sapientemente
da lingua a lingua.
staccarsi precocemente,
in attesa di essere affrancati.
soggezione.
suggestione.
mentre tu rimani un dissidente.
e continui a soffrire di visioni.
allucinazioni seriali.
indorare la pillola, ostentando la delicatezza di cui si è sprovvisti,
non è mai servito a niente.
tendi la mano
chiudi gli occhi
apri la bocca
ingoia
e accetta.

se non ora, quando?

avrei dovuto staccarti prima dalle pareti.
togliere i chiodi, uno ad uno, sfilare il resto, abbandonare il negozio, girare l’angolo e scappare.
lasciare le chiavi per terra, pronte ad essere raccolte dal primo passante distratto a metà.
avrei dovuto staccarti prima da tutti i posti che hai contaminato.
ti sei annidato,
ed io
avrei dovuto grattarti via.

una perla per ogni lacrima,
rendiamo grazie.

no, questa volta non ringrazio niente e nessuno.
la moira,
i dadi,
la mia maledettissima profondità.
mi farà varcare le porte della dannazione eterna.
una ninna nanna,
una fottuta garanzia per il futuro.
cos’ho da perdere?
è questa la domanda che mi corrode puntualmente le meningi.
la risposta non ammette errori.
una scelta.
sapiente
e
disgraziata.
una perla per ogni lacrima,
rendiamo.
e dimentichiamoci di tutto.

esisti ancora?

catapultata in una realtà che mi appartiene per un terzo, forse.
sole cocente a novembre.
disorientata.
smarrita.
sospesa in un luogo senza memoria.
tutto mi appare sbiadito.
atmosfera d’altri tempi, che ricordo appena.
vorrei tu sapessi.
mi torna in mente quella storia, e penso che
l’avrò ascoltata un centinaio di volte prima di addormentarmi.
mi torna in mente molto spesso, e si ferma tutto quanto.
si chiude il petto e insieme il respiro.
un blocco interno.
valvole assiderate, accartocciate.
e mi ripiego su me stessa, mi restringo come se mi stessero aspirando.
è blackout.

contraccolpi.

riferimenti sistematici.
insolenti.
richiami.
si spingono oltre.
sono
le conseguenze di un contagio.
formulario recitato a memoria
da corde vocali sfinite.
preghiere apocrife
e
ululati dissacranti.
cani randagi scodinzolano fra pozzanghere e bidoni mezzi aperti.
odore di marcio.
risucchio.
rimpatrio forzato.
sono sporca di te.
vuoi seguirmi?

sento bruciare dei fogli.

frammenti cosmici
disfatti
sparpagliati
annientati.
lacrima il cielo. scoppiettano i vetri.
ascolto la canzone che ti ha accompagnato quel giorno, tutto il giorno.
effetti lacrimogeni anche su di me,
che immagino te,
annebbiato
devastato
incazzato.
cullato dagli effetti del tuo dolore.
ondulatorie scosse letali.
e non mi posso contenere.
non mi posso conformare.
ti tengo compagnia.
ingolfata
silenziosa
desiderosa di qualcosa di illegale.
diluvia.
dentro, fuori, intorno.
non esiste l’auspicabile.
non sono tenuta a fuggire.
io non so abdicare al dolore in favore di parvenze.

ottobre.

ancora col tuo odore addosso, incredula di averti salutato.
tu, il primo saluto.
tu, che un anno fa entravi in casa mia intimo e delicato, con quegli occhioni timidi e sinceri.
spezzato in mille anfratti, risoluto e non ancora risolto.
così diversi noi due, strampalati ed imbottigliati in strade sterrate.
ci siamo trovati e riconosciuti.
senza essere più capaci di farne a meno ma senza catene. consapevoli e liberi.
ci siamo tradotti e scambiati.
ancora col tuo odore addosso,
così mi voglio spegnere stanotte.

alluvioni.

ostaggio.
avviluppata nelle spire taglienti.
disorientata, consumata.
diffusa.
molecola impazzita,
alterna fasi e riempie spazi.
prende forma lo schizzo di terrore.
l’assaggio del sintomo.
e si trasforma in condizione.
verme solitario.
sensazioni diafane, e vincoli.
e vicoli stretti e freddi, come le dita infilate in gola durante la perdizione.
annullare i limiti, attribuirsi dignità.
lasciami leccare ciò che resta.
fammi sentire l’alba mentre sorge.

#untitled 3.

ti subisco ancora.
non ne hai idea, tu.
sommerso ed immerso in divari paralleli ed incolmabili.
nessuno è nella sua città, adesso.
sparsi lungo lo stivale in cerca di qualcosa, di nuovi se stessi.
di vecchi processi.
nostalgia da post rock.
architetture storte
e
storture non programmate.
deviate.
sovrastrutture congeniali e detestabili.
oggi piove
e
tre giorni fa ho fatto il bagno al mare.
rotazione. rivoluzione.
autunno. semi appesi, fino all’ultimo concetto.
disumano.
non posso subirti così.
e tu, tu nemmeno lo sai.

Riconoscere.

Quando inciampo sulle dolcissime maledizioni. Quando, in anticipo o in ritardo, è presente.

Stupore. Colpisce ancora e ancora addolora.

Attrazione radicata. Trazione primordiale. Allungamento spontaneo del corpo, estensione selvaggia dell’anima. Essenza eterea, squilla e fa eco. Forza, tenace ed impressa.

Al tempo che fu, si trattò di un’introduzione. Permanente. Qualcuno lasciò detto che non sarebbe stato più possibile uscirne. Né che uscisse.

Il resto delle voci attorno a me. Afone. Il resto dei corpi attorno a me. Acefali. Il resto dei movimenti attorno a me. Fermi.

Eppure, accadde. E come fu? Imparò a succedere. Tuttavia, non uscì mai. Non se ne andò.

Il patto è stato onorato. La promessa mantenuta, ad ogni costo.

La vita è maestra. Impartisce lezioni, frontali e da molto lontano. Ti ricorda, ci tiene a farti ricordare.

E adesso, com’è adesso? Come mai prima d’ora.

La mia nona volta in Puglia, terra che mi accoglie come fossi figlia sua. Luoghi che conosco a memoria, venti che soffiano imperanti e cullano sonni e affanni. Sorprese continue, costruzione di nuovi ricordi.

oggi mi sento pallida.

la pioggia battente, il treno in ritardo. stato di ansia.
il caos che impera, fiero sogghigna. stato di allerta.
finirò anche io, un giorno.
il mio colore proibito, l’eco della risacca che mi raggiunge, puntuale, precisa.
il desiderio espresso a mezza voce. sei stato. e sei passato dentro. bombardamenti di missili romantici, quello che non t’ho detto.
finirò anche io, un giorno.
attese irreparabili, malnutrizioni perpetrate e guance scarnificate. peccati e delusione, racconti bugiardi, di una fase troppo lunga.
l’assenza si gonfia, una molgolfiera monca. indicibile. irreprensibile. irriducibile. oggi è uno di quei giorni, quando in cuffia ascolti parole che sanno spezzarti.
‘il risveglio dal sonno forse uccide, mai guarisce. e puoi non assaggiare, per vedere se il gusto se ne va. o ti devasta o, ti devasta il prezzo che si ha.’
fatemi scendere.

resterò a guardare.

interrotta, tralasciata.
condensata.
come il sangue nelle provette che per anni ho conservato, ricordo di goliardia e spensieratezza.
coagulata.
incredula.
posata, come fossi inanimata.
‘lacrima infuocata. impavida sul mio respiro’.
scovami. immergimi nella fonte per ridarmi la vita.
restituiscimi.
rimetti al mondo quest’anima incurabile, perché tutte le cose vogliono vivere.
persino i parassiti e i malanni disgraziati.
quanto è importante il valore della condivisione.

ma non ti capisco.

tutto è forte.
lo sgomento. il desiderio. l’insoddisfazione.
il senso di ingiustizia. il bisogno di risoluzione.
tutto è forte.
il sapore del tentativo mai giocato, quei dadi mai fatti scivolare sul tavolo.
mi sento derisa.
cristo santo.
subentra la mortificazione.
lo stomaco si stringe, si comprime, si contorce.
bastava squarciare il velo di maya.
osservare in maniera consapevole.
hai preso coscienza di
non essere stata vista.
terrificante.
in tanti ti vedono ma quella volta no,
sei rimasta nell’angolo.
nascosta. irrisolta. sola.
tutto è forte,
se sai sentire così.
se questo è l’unico modo che conosci,
e che in fondo ti appartiene.
perché ti alimenti quando
ti struggi.
tutto è stato
dannatamente
troppo forte.

il vastiancontrario.

impressi nelle diapositive personaggi liquidi
e figure amorfe.
immagini scorrevoli e rumori metallici.
assenza di voci e respiri.
e quei maledetti ingranaggi lubrificati a metà.
gli occhi frigidi, e gli sguardi congelati.
incapacità di reazione.
occhi fissati. concentrati su un presente sbagliato, deviato e mal interpretato.
rimasti sulla superficie di un oceano che non è stato navigato.
la voglia di riscatto che avanza mordendo.
ha fame.
un disegno in bianco e nero
su un foglio che hai accartocciato e gettato, come fosse la lista della spesa che ormai non serve più.
una lista inutile, stilata in un tempo mai vissuto, incastrato in un’era adimensionale. a cosa sarebbe servita mai?
raschiare il fondo coi denti appuntiti di una forchetta arrugginita, o forse era l’arnese da giardino di tua nonna.
raschiare per mortificare.
rischiare.
perdere, per errori di valutazione tremendamente idioti.
perdersi.
il fondale è rimasto inesplorato, e sulla riva, il pescatore Giorgio aspetta mentre invecchia.
una prospettiva decadente,
nel giorno del tuo compleanno.
e non c’è pace, per chi crede senza limiti alla purezza delle anime.
per chi non si lascia corrodere dal succo attraente della superficialità.
era l’essenza di te, quella che m’ha sconquassato le viscere.

e il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire.

il bello ha la capacità di andare al di là.
al di là di tutto. persino del bene e del male.
rimane bello anche se a volte distrugge.
potenzialmente è in grado di distruggere il tuo microcosmo, e ridurlo in cenere finissima.
ciò succede quando non ti vede, non ti sente, non è in grado di percepire te. allora ti annienta. ti sconsidera.
nonostante questo intrinseco potere distruttivo, è e rimane oggettivamente bello.
dato pacifico che non può essere ignorato.

colpo in canna, piantato in gola.
non scende, non viene sputato fuori.
inceppato, algido.

è finita un’epoca, ne inizia una nuova.
imparare a disabituarsi.
disamorarsi.
io che sono sempre a caccia della bellezza, e quando la scovo, per caso o per fortuna, difficilmente riesco a tornare indietro e recitare la parte di chi non se n’era accorto.
sono un’appassionata, è così vero.

scorrimento veloce.

il caldo torrido e la pelle lucida.
sospesi in balcone sperando in un ristoro,
mentre
tu suoni elettronica
ed io che ogni tanto sbircio. ti guardo.
digiuna dalla sera prima, sento l’alcol asfaltarmi le arterie.
m’hanno sempre detto che sono una gran chiacchierona, infatti parlo, racconto, ascolto, mi confronto.
invisibile.
tu rimani lì, immerso fra i tuoi dischi, in uno spicchio del tuo mondo sconfinato.
le infinite versioni di te.
che mi fanno girare la testa.

lavori in corso.
si prega di procedere con cautela.
strike.

adesso, in quali acque siamo sprofondati?
sai spiegarmi?

come il palloncino rosso di Pascal, a cui non è concesso entrare. e rimane ad osservare.
ho gli occhi stanchi.

e sono ancora su quel rollercoaster. a cinture slacciate.

come pioggia acida.

Di quel banchetto non restano che i miseri avanzi.
Invitanti bocconi presunti, che non sono stati assaggiati.
Circostanze sfavorevoli.
Trattative malamente svolte.
E come se non bastasse, condizionamenti irreversibili.
Così, di due ne rimane uno.
Rimuovere per comprendere, è ancora possibile?
Inguaribile illusoria attesa,
che toglie linfa,
che restituisce speranza.
Frammenti indigesti.

Esercitazioni.

Era un esemplare di rarissima bellezza,
ed io
avrei soltanto potuto
contemplarla, viverla o sparire,
perché
l’avevo già saputa cogliere.

In disparte, in silenzio, in punta di piedi,
resto.

Fingo, come se non mi fosse mai appartenuto.
Come se non fossi più capace di
sentire.

circo.

distillato di misantropia,
un accenno,
previo sintomo.
sommersa in un mare di punti
interrogativi
e
sospensivi.
mi sembra quasi di stagnare,
indifferente
e
insofferente.
in balia di onde di sensazioni che
straripano, congelando i residui e cristallizzando i detriti.
putridi.
rancidi.
smaterializzati.

si agitano quesiti
investendo il sistema nervoso
che si è
decentrato,
perdendo l’ equilibrio.
istanti di sovrapprezzo,
che può costare caro,
a luce spenta, un capitale umano.

Giugno, quattro.

Mi pare di stare al banco degli oggetti smarriti, delle volte.
Posata, poggiata, impolverata, dimenticata.
Da chi, poi?
La prima peccatrice sono io.
Gli occhi di mio padre. Guarisco.
Sei mesi esatti in astinenza da quelle iridi lucenti e cangianti, coi toni del verde e dell’azzzuro perfettamente confusi.
Mi consolo mentre lo guardo.
Mi sorride.
Avverto l’insopportabile peso di situazioni da portare a termine. La responsabilità della classificazione.
Obiettivi reali o presunti, figli di madre ignota, bilanci disastrosi e propositi per un prossimo futuro che ha il sapore dell’incertezza e del terrore.
Difettosa.
L’immunità da imperfezioni materiali e qualitative non può essere garantita.
Viziata.

musa.

verranno a cercarci, ma non ci troveranno.
coi loro occhi disattenti proveranno a scovarci.
e l’aria rarefatta si farà pungente nei sepolcri gelidi, i nostri nascondigli prediletti.
scoperchieranno tane e nidi, coi gesti imprecisi delle loro mani stanche e i cuori avidi. ma non ci troveranno.
e noi, complici e furtivi come ladri e briganti, vestiamo i panni di trafficanti di illusioni mal riposte, inguaribili e condannati. l’avremo vinta, siamo imbrattati di innocenza. contaminati fino al midollo.
cercare protezione nei tuoi occhi, il passatempo che preferisco. così limpidi che ci annego dentro, così incandescenti che sento andare a fuoco le iridi di te. si sgretola la spina dorsale.
il sangue cola e scende giù, lava rossa e fumante.
mi impegno.
prometto.
lo giuro.
si snoderanno le mie caviglie per correrti appresso, cagna devota al suo padrone. fedeltà immune da condizioni, legame intriso di purezza. totale. scelta di un imperativo assoluto, rimasto volutamente privo di coniugazione.
né gabbie né recinti serviranno a contenerci nei giorni in cui una scelta si rinnova.
e saranno i giorni della festa, simposio di emozioni diluite all’occorrenza.
così rimarremo, beati e intrappolati in quella terra di mezzo. a rotolarci nel fango, in quel luogo bonificato dove le anime felici non conoscono letargo.

Concerto.

Al tuo cospetto, finalmente.
Nel bosco incantato, sulla torre più antica, nell’oceano vergine.
Ci sei tu e ci sono io. Umani e frangibili. Tangibili.
Fatti di milioni e miliardi di cellule, e pelle, e organi invisibili che ora parlano senza rispettare il turno assegnato. Un accavallarsi di suoni e voci, che scompigliano l’intorno.
Tieni il ritmo e mantieni il respiro, trattieni. Continua.
Mi sento fuoco e mi sento ghiaccio. Davanti a quella percezione che s’è fatta carne.
Negoziazione di interessi con l’altra me stessa, ma a sto giro nessuna antitesi, nessuna contraddizione in corpo.
Liquefatta, assisto impotente a quello
spettacolo
miracolo
scambio d’anime a mezz’aria.
Sospesa tra dimensioni che non conoscono convenzioni ed emozioni taglienti, guardo la riva. Caronte, silenziosamente, ci ha traghettati.
Alla deriva di un’esibizione ai limiti del concepibile.
E tu, canta per farmi addormentare.

Primordiale.

Pars costruens e destruens, a giorni alterni come le targhe delle auto nelle caotiche città metropolitane.
Forse un espediente per rimanere sveglia, ancorata a quella porzione di mare senza pesci predatori : nessuno può vederti, e così nessuno potrà mangiarti.
Non potranno saziarsi di te, né sfogare le frustrazioni e deviazioni perverse dei loro infiniti passati.

E tu, che mi annebbi i sensi e li rinvigorisci, mentre attraverso ere geologiche e sequenze di tempi lontani, fino ad arrivare ad un’immensa distesa d’acqua e terre immerse.

Quando potrò annegare?

Nightcall.

È come stare su una giostra. Gira, vota e firrìa, e ci troviamo lanciati in campo.

Chiama il controllore, voglio scendere. No no, che sto dicendo. Mi rimangio tutto. Vaneggio, come fossi ubriaca. Ed in effetti un po’ mi ci sento. Inebriata di non profumi, accolta da voci, stretta da risate e ammutolimenti improvvisi. L’alcol stordisce le coronarie. Calcificate. Scambia ogni centimetro di me coi centimetri di un altro, coi rischi di questo o quello. Con la sua pelle, liscia e rassicurante, ruvida e vissuta.

Mettimi la museruola.

Voglio la miseria.

Ubbidisci, cazzo.

Docile, addolcita, ammansita, accondiscendente.

Debole.

Consapevole e abbandonata, eterno maledetto binomio letale.

Impreteribile. Diamante grezzo.

Hai paura del buio?

Combinato disposto di sequenze. Ravvicinate.

Nodi alla gola condensati nelle istantanee.

Patine. Bolle. Lenti di vetri opachi.

Sensazioni in quarantena. Non opportunamente declinabili. Trascinano.

Sono le conseguenze di un’eloquenza mobile, che amplia progressiva i confini del suo impero.

Regime totalitario, contiene e raggruma.

Rapprende e condensa.

Espressione di libertà.

Ed è tutto così fluido.

Liberi e pazzi, e anche espressi, come i caffè che bevi fuori quando hai fatto tardi.

Scorri. E lasciati fluire.

Non è ancora tempo di analizzare costi e benefici.

Numbers.

Un numero nel regno.

Uno, due, tre.

Conta schiavo, conta.

Lavora, produci, macina.

China il capo, spezzati il collo, zittisci il petto.

In ginocchio.

Punisciti, cavati gli occhi, tagliati la lingua, ammazzati i pensieri. E riduci i desideri, che costano cari quelli.

Sei solo un numero nel regno. In una moltitudine di identiche anime sgraziate.

Inutile, infecondo, inadattabile.

Cosa vuoi che conti. Cosa credi possa importare. A chi, poi.

Contieni insopprimibili vizi di fabbrica. Rassegnati.

Comprimi le tue futili preghiere adesso.

Di questo regno fai parte. Sei giunto fin qui senza indicazioni né cartine geografiche, senza letture di salmi e calcoli di probabilità.

Continua a contare, schiavo.

Saluta e affoga.

Sei solo un numero nel regno.

Visualizzatore di scene.

Mentre studia china sul suo maledetto manuale di diritto amministrativo, proprio nella stessa stanza entra una giovane mamma, con un neonato attaccato addosso. Sembra un esemplare di femmina di marsupiale, col suo cucciolo nella sacca. Teneri e dolci. Un tutt’uno imprescindibile d’amore.

Ha sentito farsi strada un nodo in gola. Lo stomaco contorcersi, le pareti assottigliarsi, le certezze incrinarsi in mezzo a quel boato.

Ha visto Elettra sbucare dalla cucina con le dita sporche di salsa guacamole. L’ha immaginata con gli occhi di suo padre, col sorriso birbante di chi sa di aver commesso un mezzo guaio. L’ha vista uscire in giardino e giocare coi cani, che le fanno da sella mentre lei li doma come una cavallerizza e ride.

Ha visto i bimbi dipingere le pareti con papà, divertiti dagli schizzi e ammaliati dai racconti. E li ha visti imbrattarsi le idee, inventare storie e creature.

Ha sentito inumidirsi gli occhi. Le si è frantumato il cuore. Si è allargato il petto in mille voragini.

Si è immaginata madre. E ancor prima delle immagini, è arrivato l’istinto. Chiaro. Preciso. Inequivocabile.

Impulso di donare amore. Immediato, incondizionato, irriflesso.

In medias res.

Tu sorgi.

Facciamo l’amore, e magari anche la guerra.

Ma tu, ti prego, continua a sorgere.

Firmiamo armistizi, incendiamo i palazzi e pure i fantocci.

Crepano i muri, scivola l’armatura, si scioglie l’esercito. Si squaglia l’anima.

Sporchiamo i letti, e anche le tende. Riempiamo i sogni, che gli accampamenti sono vuoti.

Le ostilità saranno ricordi opachi. Te lo prometto.

E torneranno a cinguettare gli uccelli, e le farfalle si poseranno sui fiori.

Ed io respirerò te.

Perché tu sarai sorto.

La tua voce il mio mantra rosso. La tua schiena il mio castello. Le tue braccia la torre che ho scelto di abitare.

Martedì.

È perdonarsi mancamenti e mancanze.

È saper dire di no ad una parte di te. Quella che mal ragiona, che malamente spera, che a tratti rifiuta e a volte fugge.

Feroce addestramento. Salvifico.

È imparare ad interporre limiti fra le vertebre. Affinché tutto sia al suo posto. Per essere presente, per tenerti. Tu, dentro di te.

È montare un cavallo senza sella.

È un colpo di pistola sparato a salve. Scoppio che lascia fluire il terrore.

È nausea e confine, limite e salvezza.

È rischiare lo spegnimento. Cellulare, cerebrale, spirituale.

È geometria del pericolo. Il suo riconoscimento, il suo inusuale attraversamento. A piedi scalzi.

È regola, che, una volta acquisita, si fa assioma, principio primo indimostrabile.

Assodato. Pacifico. Acclarato.

Fedeltà imparata.

Unica prescrizione del tuo essere.

E tu, capo di bestiame marchiato col fuoco. Presenti i segni della sopraffazione. Carnefice e vittima di te stesso. Ricorda ciò che è, e non provare a smettere.

Nella città eterna.

Brucia l’inferno nel mio cuore.

Ed è inutile spiegare. Provare a ragionare. A voce alta o bassa, che differenza fa.

Brucia l’inferno nel mio cuore.

E sento soltanto parole, parole, e ancora parole. Per me, per la vera me che conoscono in pochi. Per il bene mio. Per la dignità rubata, per la me violata. Parole che si consumano nel mio inferno. Nel mio dentro.

E brucia l’inferno nel mio cuore.

Pieno. Vuoto.

Accompagnato. Solo.

Ed è soltanto mattina.

Vagiti primordiali.
Versi che cambiano consistenza e vigore. Ruggiti che non sanno tacere.
Se anche provaste a comprimere i miei organi adesso, a spremermi la carne e le ossa, uscirebbe soltanto una e una sola goccia.

Cosa ci faccio coi ricordi?
Imbastisco una coperta che non serve più.
Allestisco case e partorisco cose.
Fuori il sole e dentro il buio del buco nero.
Mi pulisco.
Lecco il sangue che sento addosso.

Mi chiedo se esistono club di scambisti di emozioni. Potrei trovarne qualcuna più confacente alla mia pelle da mutante.

Una goccia e non una di più.

Mi offro. Vuoi bermi? O preferisci forse che io sia il tuo unguento così mi assorbi dentro? E magari, per errore o banale puro caso, finirà che t’appartengo.

Sine verba.

Ospito occhi distratti, pensieri peggio. Salgono, scendono. Scivolano. Agitano e mescolano idee di ogni tipo e misura. Caleidoscopio incredulo rispetto alle immagini che esso stesso mostra.

Vortice allo stomaco inghiotte liquidi succhi gastrici che corrodono i fallibili resti della sanità, a fatica conquistata nell’eterna battaglia per l’esserci.

Ospito un buco nel ventre, puoi guardarci dentro. Affacciati, come un bambino fa con una finestra mai vista, che si apre su un paesaggio inedito. E la visione lo cattura.

Puoi guardarci attraverso, il mio buco di carne. Ora dimmi, cosa vedi? Cosa resta?

Ospito scavi nel ventre. Quelli di cui si occupano archeologi, geologi ed esperti di fossili. Le rovine di anfiteatri e giganti di pietra, le colonne del tempio di Ercole, i corridoi sottili di Napoli sotterranea.

Necessario, lento e violento, questo vivere alla velocità della luce.

Sono pietra, algida e senza respiro.

A te che non esisti.

Accorgiti.

Sporgiti.

Avvicinati. Piano.

Annusami.

Sentimi.

Riconoscimi.

Prendimi.

Stupiscimi.

Colorami.

Curami.

Accoglimi.

Assistimi.

Sollecitami.

Solleticami.

Stringimi.

Perditi.

Abbandonati.

Meravigliati.

Assaggiami.

Ispirami.

Domami.

Addomesticati.

Sceglimi.

Insegnami.

Confondimi.

Fonditi.

Fammi l’amore.

Accarezzami.

Scopami.

Cullami.

Devastami.

Disarmami.

Respirami.

Sporcami.

Contamina quest’anima.

Abitami.

Custodiscimi.

Sorridi.

Piangi.

Perdonati.

Esprimiti.

Preservaci.

Conservaci.

Vivici.

Abbi cura di noi.

Quando l’anima grida.

Versami addosso la cera bollente, dai fuoco a questo corpo.

Anestetizzami. E brucialo.

Fra le dita soltanto le preghiere. Flebili e tossiche. Annodati i rosari fra le nocche. Spariscono i candidi cori di voci bianche.

Le lame sono pronte a recidere. Ora. Sfiorano appena la mia pelle liscia e partoriscono il taglio. Linea appena tracciata, lenta e precisa.

Quella stessa pelle adesso è umida, di sangue e lacrime di cera. Bagnata, come la terra con l’acqua piovana. Come i mari si mescolano, così mi amalgamo con la dannazione perpetua.

Ho sentito l’anima allontanarsi, il buon senso abbandonarmi.

Divento involucro vuoto.

In questo corpo c’è disordine. Anatomie alterate, cuore in rivolta, diacronie scomposte.

La combustione ha fatto il suo dovere.

Finisco. Incendiata e mista alla cenere. Anima spogliata, con la sua veste mortale.

Consumata.

Espulsione.

Essere estromessi nuoce alla salute. Pure se per giusta causa, temporanea e figlia della logica. Sarà che i sentimenti, della signora logica proprio non si curano. Treni ad alta velocità pronti allo schianto. Accettano l’ipotesi del rischio.

Mi ricordo di quando ti dissi che l’azzurro ti stava bene addosso.

Disinnescata, mi sento. Ero pronta ad esplodere, a vomitare ogni cosa.

Tentativo di risorgere.

Il ritmo è importante. È una dote. Percepirlo, averlo, rendersi conto delle cadenze, delle alternanze. Assecondarlo, seguirlo.

Domande ne ho, richieste zero.

Essere estromessi dalla quotidianità nuoce gravemente alla salute.

Ti catapulta in un universo parallelo, in cui non ti senti ospite né accolto, ma alieno.

Nel giorno palindromo.

E guardo questo corpo infetto e maledetto. A tratti vivo, a tratti morto. È ricoperto di segni e impronte, che giorno dopo giorno cambiano colore. Visibili polpastrelli e morsi, sento le strette e i rilasci, gli schiaffi e le carezze. La forza e insieme la dolcezza. Mi sento viva, partecipata. Ma sempre e solo a metà. Cosa c’è che non va? Cosa c’è che invece manca?

Il cuore ha smesso di battere. Non sa più succedere. Inerme, sprovvisto, impotente. Resta aperto per inerzia, mentre una parte di me riposa in un sonno eterno. L’altra, imperterrita, scava, cerca, si affanna, setaccia, esamina, esplora. Ma niente trova. Non è adesso, non è qui che deve accadere.

Siamo esseri incontentabili. Qualcosa abbiamo, qualcosa desideriamo, qualcosa attendiamo.

‘Mi votu e mi rivotu suspirannu, passu li notti ‘nteri senza sonnu’, cantava Rosa. E così mi sento io. Col cuore nel petto che non trova pace, né risposta alcuna.

Dove?

Frammenti sanguinolenti.

Ululati pungenti.

Cosa darei. Per quelle dita insolenti e quello sguardo guaritore. Ripara dal male, aggiusta e corregge. Concede la tregua.

La fredda luce del giorno. Mi assale. Mi avvolge.

Contorsionista ingarbugliata, goffa e spacciata.

Debito insoluto.

Siamo tutti feriti, siamo tutti risolti.

Cerchiamo assoluzione. Chi la rende la liberazione dal peccato?

Questa è l’era del contrabbando di indulgenze.

E di fronte alle emozioni, poi, ci prostriamo. In ginocchio rimaniamo.

Dove sei, amore mio?

Bilancio al passivo.

Atarassia. Condizione che indica il raggiungimento della pace dell’anima, l’equilibrio puro, scaturito dalla liberazione delle passioni. Assenza di turbamenti.

Resilienza. Capacità di resistere agli urti senza rompersi. Essere in grado di attraversare e superare eventi traumatici o periodi particolarmente critici.

Riorganizzare la propria esistenza nel modo più sano.

Arredare casa con occhi nuovi. Dipingere le pareti di colori tenui e vivi.

Affinare i sensi. Tutti.

Annusare. Guardare. Toccare. Assaggiare. Ascoltare. E tutto questo senza graffiarsi.

Stanare e cogliere la bellezza collaterale, anche quando si diverte a scioperare senza preavviso.

Mi chiedo se sarò in grado, se riuscirò in tutto questo. Se sarò contenitore di forza. Per abbandonarmi e decidere di cadere, per l’ennesima volta. Forse sono già caduta e non lo so ancora.

Vorrei mi bagnasse un temporale, vorrei mi infrangesse e mi violasse.

E lo vorrei perché laverebbe via ogni scoria, ogni disastro che mi contamina la pelle.

Defettibile.

E mi fa male l’impermanenza. Le cesure nette, violente, quasi meccaniche. Quelle imposte, automatizzate. Mi fanno male si, mi squartano. Corpo che si sciupa, e si fa brandelli. È un continuo rompersi e ricomporsi. Un ciclo a fasi predeterminate. Atti e sequenze concordati.

Coazione a ripetere.

T’ho immaginato, stanotte. Poggiavi le labbra sulla mia cicatrice fresca, ancora sensibile. Mi sono addormentata così. Col tuo spirito nel mio, col tuo respiro addosso e le tue mani fra i capelli. Due nello spazio di uno.

Il bruciore che si fa assalto. E diventa esaltazione. Irruzione. Aggressione.

Si vede bene soltanto col cuore, ecco spiegato perché a me gli occhi sono venuti fuori male. Perché è con quello che guardo e osservo, ascolto e sento. È lui il mio organo eletto, e mi ha prontamente destituita.

Quanto ancora?

Sarò per te il coltello. Per proteggerti e sentirmi tuo prolungamento. Mi impugnerai, ed io starò nelle tue mani. Abbandonata, cessata, devota. Viva. Ci custodiremo. Ci apparterremo, e saremo liberi.

Sarò per te la tua città. Mi abiterai, ed io abiterò in te. Ci scopriremo insieme, nei vicoli stretti e bui, in cui la luna arriva ancora nei giorni dispari.

Sarò acqua, così da saziare la tua sete senza fine. E disseterò ogni tua smania. Ascolterò i segreti che hai riposto lontani, in attesa, quelli che io stessa scoprirò piano, senza alcuna pretesa.

Sarà una lenta ballata, delicata. E non mancheranno momenti in cui ti farò sentire solo, mai recluso. Scelto e col potere di scegliere.

Sarò per te compagna di vita, la tua più grande amica. Sarò la tua passione, e tu la mia. Sarò fuoco e insieme gioco, sarò quella bambina con lo stupore addosso, che adulta mai diventerà.

Sarò l’unguento sapiente che disinfetterà ogni ferita, che saprà lenire ogni timore. Laverò via il sangue pesto dalla carne viva, per riporre la purezza ritrovata.

Sarò la lucina sempre accesa.

Sarò pronta.

Quanto ancora, amore mio?

Avevi ragione, amico mio.

Era la notte fra il ventisei e il ventisette giugno, correva l’anno 2012. Lo ricordo ancora, come se non fosse trascorso tutto questo assurdo tempo. Abbiamo accompagnato Dania, siamo entrati con lei in portineria. Era notte fonda, e lo scienziato pazzo era di turno, per cui abbiamo preferito così. Per stare più tranquilli, tutti e tre. Come sempre, tutti e tre. Come ancora adesso, tutti e tre.

Lasciata Dania, abbiamo ripreso la strada verso casa. Allora abitavamo nelle stessa zona. Ci siamo fermati all’orto, e i nostri toni si sono fatti seri, da un momento all’altro. Non potevamo ancora sapere quante ne avremmo passate insieme, quante lacrime avremmo raccolto, io le sue e lui le mie, quante volte ci saremmo spalleggiati e quante altre rimproverati.

‘Là, la verità è che nasciamo nudi e soli.’

Mai dimenticherò quella frase, e i fiumi di discorsi che a lei seguirono.

Avevi ragione amico mio. Non te l’ho mai detto, nemmeno quando, qualche sera fa, mentre mi eri accanto, mi tremava la voce . Nemmeno quando me ne sono resa conto, che se non parte da noi, nessuno può fare né farci nulla. Che se non ti aiuti tu, non arriverà nessun dio a tenerti la mano quando vuoi sprofondare. Dio ha così tanto da fare, ammesso che sia davvero sotto qualche luna a godersi il tetro spettacolo di un mondo guasto e fradicio. E che puzza di marcio.

Nudi e soli. Nel pieno delle fragilità più oscure. Arresi all’umanità. Cruda. Così cruda e crudele che a volte si diverte e diventa disumana. Indifesi, senza scudo né armatura, senza pelle.

Quella notte, poi, fu la prima che passammo insieme. Avevamo bisogno l’una dell’altro.

Nessuno si salva da solo, ma al contempo nessuno è in grado di salvarti. Ragion per cui, tu e soltanto tu puoi e devi raccoglierti.

Randomica.

Percepisco precari i contorni delle cose. Persino quelli delle emozioni.

Ho finito i preservativi ma vorrei aver terminato le lacrime.

Come faremo, in questo girone di anime dannate e condannate all’eterno?

Immagino scene e sù e giù l’ansia va.

Le pupille si dilatano.

Mi guardo intorno. Vedo. Le pareti bianche di una stanza ormai vuota. Distesa attendo che passi la stessa attesa, o sopraggiunga la resa. Dei conti, della battaglia, dei nostri corpi contrassegnati da un sigillo rosso porpora.

Voci sconnesse si accavallano, per me soltanto disturbanti rumori. Mi volto. Mi vedo da dietro. Mi sono allungati i capelli, hanno ragione gli altri a dirlo.

Ed io, che non riesco più ad ascoltare certe canzoni, che vado sottovuoto e mi sale il buio dentro.

Resto.

Voglio sentirmi di nuovo a casa.

Quando parlo con me.

Intermittente. Luce fluorescente.

Intervalli alternati, scoppi ritardati.

Botti, boati.

Suggerimenti. Cui seguono avvertimenti.

Taglienti.

Sarebbe pacificamente onesto, ritirarsi. Nelle proprie stanze, sotto le lenzuola, seduta per terra a sgomitare col resto di te. E rimanere a vegliare, di notte, su quei resti così fragili e umidi che sembrano fatti a regola d’arte.

È più corretto, zittirsi e non palesare. Censurare. Mortificare. Chiudere. Annichilire. Sotterrare.

Insabbiare le prove della tua stessa esistenza, di quell’essenza che ti rende creatura autentica.

Chiare, precise e concordanti. Così le vogliono. Così non le ho addosso, adesso.

Adesso è tutto tremendamente distorto.

Le responsabilità sono macigni, ora.

Convincersi che va tutto bene, rinnegare l’errore. Il diritto di ripensamento non è riconosciuto e garantito, non in questa ipotesi di scuola.

Convincersi che non bisogna lamentarsi, che basta il ricordo, che non ti serve nient’altro rispetto a quello che hai.

Che hai tutto, e non hai niente.

Convincersi e basta.

Decidere di convincersi.

Miseramente, ostinarsi a convincersi.

Shh.

‘Arriveranno presto, si porteranno anche il silenzio’.

Quello no, per favore. Non portatelo via.

È sacro. Essenziale, necessario e stringente. Anche lui sa farsi sentire, cosa credete. Si, è capace di emettere suoni. Sopportabili a volte, distoglienti e disturbanti altre.

Rumore.

Lo immagino grigio, poi, il silenzio. Intessuto di sfumature, perché sa essere anche chiasso, disordine, dolore, riconciliazione, catarsi. Non potrebbe avere una tonalità definita e definitiva, non potrebbe decidere di avere un’identità incondizionata. Il silenzio è pieno di condizioni e contraddizioni.

È rivelatore.

Ed io, lo temo e lo accolgo, a giorni alterni. Lo accetto e lo invito ad entrare, poi lo rifiuto e lo sbatto fuori perché fa male. Porta e comporta dolore. Scegliere arbitrariamente di soffrire non è percorrere il sentiero meno impervio. Non è affatto meno impegnativo.

È imprevedibile.

Scegliere di attraversarsi al buio, e consapevolmente farsi investire, squartare, dilaniare, no, non è da tutti e per tutti. È decisione coraggiosa, è scegliere di consocersi fino in fondo. È toccare il fondo, assaggiare le sue pareti ed ingoiarne ancora. Succhiare sale aspro e sangue che sa di ferro. Ingerire fumi di scarico e perle di fango, masticare rifiuti ed intere discariche. Cospargersi di melma e rotolare. Senza sapere quando la giostra deciderà che non è più tempo. E non appena si sarà fermata, non resterà che prosciugare i fiumi di lacrime, uccidere quegli ultimi spiriti vitali e darne alla luce di nuovi.

Accettazione. Ricerca. Risoluzione.

E tutto questo, rimanendo in silenzio.

Freddo.

Emozioni allucinogene,

ricordi,

sospiri.

Prigioniera nel labirinto di Cnosso, il mio letto. Così grande che mi ci perdo dentro. Mi giro, mi distraggo, distolgo l’attenzione. La riacchiappo. Nessun filo, nessun gomitolo questa volta. Arianna di me se ne sbatte, non mi resta che rivolgere una preghiera ad un dio che, ahimè, preferisce non proferire parola. E rimane reticente.

Ed io redigo, compilo, scrivo. Manuali di pensieri, parole, ed emozioni che sono volate via veloci. Faldoni affollano l’amigdala, si sgretola la struttura.

Fratture.

Tutto è stato contrassegnato da un’esagerata rapidità, mi è scivolato dalle mani prima che potessi accorgermi.

Cenere.

Ricordi vividi, i suoi occhi nitidi. Lucenti. Puliti. Le sue iridi, che rivelano la trasparenza dell’anima, quella che, in fondo, mi ha fatto sperare.

E nel ricordare il tuo respiro, sospiro.

Senza titolo.

‘Il seme nuovo è fiducioso. Si radica nel profondo, nei luoghi che sono più vuoti.’

Queste parole mi hanno dato tanto. Mi hanno colpita e affondata la prima volta che le ho incontrate. Ricordo ancora quando e come è successo. Racchiudono l’essenza della verità, disegnano un percorso obbligato dal quale non si può fuggire.

Ritornello, mantra, cantilena.

A volte pretendiamo risposte, definizioni, spiegazioni. Quasi in modo ossessivo, le cerchiamo. Senza renderci conto di quanto possano essere superflue o ininfluenti. E sempre ammesso che ci siano, potrebbero rivelarsi decisamente parziali. Per cui, non servirebbero a soddisfare alcun quesito o riempire lo spazio bianco.

Adesso mi sento a metà. Libera. Piena. Vuota. Equilibrata. Ma sempre e comunque a metà. Qualcosa mi dà e qualcosa mi toglie, questa condizione dell’anima. E non custodisco germogli nuovi, né voglio procurarmeli. Non è tempo. Non è il mio tempo. E mi chiedo come sia possibile essere veloci, per certe faccende. Non si tratta di automatismi, di sensazioni trascurabili. Né possono essere generate di continuo, come se tutti fossero in grado di procurarle, specie a esseri come noi. Come se un giorno fosse possibile sentire, e il giorno appresso è già sparito. E tutta quella voglia, poi, da dove proviene? Come può essere così svelta a tornare?

No, non è così. Non può essere così.

6.31

Ancora buio fuori. Io già seduta al mio posto in aereo. La gente ha sguardi persi, addormentati, rimbecilliti, decaduti.

Rovinosi resti, brandelli di cenere rigurgitati. Sento la consistenza della ruggine addosso, quell’inconfondibile sensazione di corrosione.

Disinfettare, lenire, succhiare sangue, leccare suture.

Ho bisogno di cure.

Sospensione.

Umore a giorni alterni. Diaframma si contrae e rilascia. Meccanismi di respiro. Frequenze discontinue. Sensazioni alternate, come le rime. Disorientate.

Vibra e muore, qui ed ora, questo corpo che giace in cerca di rinascite. Una, due o tre, finché ce n’è. Non serve, a volte, andare a mille all’ora. Non serve quasi mai.

Radunare le emozioni, tutte quante. Discernere le provvisorie dalle permanenti. Dividerle e dare loro un nome, suddividersi senza catalogarsi. È pronta la sepoltura. È arredata la caverna. L’incenso misto al sangue.

Dispersione.

La mia polisemia è riuscita a stancare persino me, che mi vorrei devolvere, al miglior offerente, al più attento compratore affamato e dedito. Per non saperne più, per non sentirmi più.

25 dicembre.

E poi si è addormentata. Pensando a cosa la aspetta, colma di incertezze, piena di nodi. Sarà doloroso e insieme coraggioso, scioglierli uno per uno. E osservare mentre accade. Sarà un cammino, col cuore scalzo fra le mani stanche. Sarà pieno, da gustare con ogni senso.

Catarsi. Che brucia e dilania. Squarta. Vivere è soffrire. Scommessa. Che in ogni caso, vale la pena fare. Che altrimenti si vive a metà, e si sceglie la strada senza deviazioni né incroci.

E così si è addormentata. Ha ricordato le carezze ricevute senza pretese. E quegli occhi che avevano avuto la pazienza di scoprirla delicatamente, che sapevano cullarla. Amarla in silenzio, timidamente. Con quella purezza che riusciva a disarmarla, a fare seccare gola e parole in canna. E quelle dita, che la accarezzavano piano. Quasi come fosse un esemplare unico, irripetibile, qualcosa di cui avere cura. Capì allora cosa significava sentirsi amati. Lo capì esattamente in quel momento. E per tutto quel tempo ancora. Il tempo delle gentili concessioni, il tempo del non detto, che gira altrove e ritorna.

E poi si è addormentata Fredda, nuda, sola.

Bah.

Sala d’aspetto di uno studio medico, nella tarda mattinata di ieri.

Accanto a me, un signore quantomeno sessantacinquenne, molto ignorante, proprio senza scuola. Intendiamoci, la sottoscritta non ha nulla in contrario al non studiare, specie perché un tempo, non proprio tutti potevano permettersi di continuare a farlo né avevano interesse. Per le esigenze più disparate, economiche, personali, familiari. Per cui, nulla quaestio. Mia nonna, la mia adorata nonna, scrive ancora come una bambina delle elementari, e a me va benissimo così.

Bene, questo signore inizia a chiedermi quanti anni ho, cosa faccio, dove vivo. Perché a breve si candiderà alle elezioni comunali, a fianco dell’ex sindaco della mia città fantasma. Il suo livello di conoscenza della lingua nostra madre, beh, che ve lo dico a fare. Avevo i brividi. Ad un certo punto, rendendosi forse conto che non sono proprio tonta e addormentata, mi consiglia di andare a Bologna, perché là si trova lavoro. Poi continua, e i miei brividi aumentano esponenzialmente, trasformandosi in orticaria, dicendo che secondo lui devo andare da gerri scotti, in quel programma in cui ‘ci su i cristiani ca spunnanu’, c’è la gente che sprofonda. Mi veniva da urlare. Ho respirato come si fa quando sei alla deriva, perché avevo la nausea. Ed oltretutto, stavo anche ricevendo notizie poco piacevoli che hanno scosso la mia emotività, perennemente sconquassata da qualcosa. Ma, torniamo a noi. Immagino cosa ne capirà il signore di politica, dinamiche economiche, giustizia ed amministrazione. Chissà se conosce la differenza fra tasse ed imposte.

Premesso che questi pensieri li ho partoriti diverso tempo addietro, e non è stato certamente questo episodio a provocarmi il prurito alle mani. Quando dico che il suffragio universale andrebbe rivisto e corretto, beh apriti cielo. Ma poi, eventi memorabili come questo, ti fanno ripensare alle tue teorie sui generis, e dici che forse non sono così prive di fondamento.

Non dovrebbe essere permesso a tutti di far parte dell’elettorato, attivo o passivo che sia. Più mi guardo attorno, più me ne rendo conto. Ecco perché parlare di diritto-dovere al voto, mi fa sorridere di gusto. Diritto di che? La famiglia di questo signore lo voterà, e lo farà votare ad altri, amici o conoscenti, o comunque gente che ne capisce poco o nulla. E cosa potrà mai fare lui per Agrigento, che già è più morta che viva? Sarò forse negativa e non propositiva, certo. Esagerata. Alcuni mi definiranno folle, o perché no, classista, razzista. Ma non è nulla di tutto ciò. E non si tratta nemmeno di discorsi politici, me ne guarderei bene. Non mi interessa, non è questo il punto. Lungi da me.

Molto banalmente, se continuiamo a distribuire diritti indistintamente, senza capirne l’essenza vera, senza considerare le conseguenze reali di questa scelta, l’importanza immane della stessa, siamo ben lontani dal comprendere anche solo il più infinitesimale spicchio del mondo. Smettiamola di dire ‘tutti’, e se vogliamo davvero che sia così, iniziamo a rendere tutto alla portata di tutti davvero, l’istruzione per prima. Iniziamo a rendere obbligatorio e necessario un maledettisismo grado di istruzione base per fare qualunque cosa. Cominciamo a pretenderlo. Perché apre la mente, perché ti insegna a scegliere, a discernere, a scavare nei problemi, a detestare la mediocrità, a non accontentarsi della superficie. Per essere migliori, per riuscire a scorporare i problemi ed ipotizzare soluzioni agli stessi, per imparare ad ascoltare la gente, e individuare gli interessi contrapposti per poi provare ad assicurare bisogni e risposte.

Ero inorridita, scioccata. E ho smesso di ascoltarlo perché ne avevo abbastanza.

Damnatio memoriae.

Ci pensavo proprio ieri. Siamo esseri fungibili, privi di una individualità specifica, per cui possibili oggetti di scambio e sostituzione. E, per quanto mi riguarda, quotidianamente ne ho la prova.

È così che succede, quando per gli altri diventi merce che subisce un deprezzamento, una notevole riduzione del suo valore intrinseco.

Altro giro, altra corsa.

E la nausea diventa nodo in gola, e gli occhi sorgente di cascata.

La mia cometa non è mai stata così lontana.

Insorgenze.

Al buio mi dimentico tutto.

Come sarebbe se fosse diverso?

Zitta e guarda.

E non pensare adesso a quanto ne rimarrà, anche se poi finirà tutto quanto. Prima o poi finirà tutto quanto, ma ne fai parte ora.

Esprimiti, che aspetti.

Quando avverrà il delirio, bisognerà ricordarsi di ciò che merita di essere conservato. E reimparare a camminare. Spirito di adattamento e aspirazione al miglioramento.

Al buio mi dimentico di tutto, persino di me, così criptica e decisamente complessa da risolvere. Da un giorno all’altro si trasforma ogni cosa, dentro e fuori, e cambio anche io. Mi sento, troppo. Nuove versioni affiorano in superficie e spingono le compagne del mondo conosciuto. Tettonica zolle, placche che coesistono e collidono, si toccano. Si spezzano. Le une che si offrono alle altre. Si avvertono, si smussano, si infrangono. Fino a mescolarsi.

Questo siamo. Miscugli, intrugli, fusioni da impastare. E a me piace sporcarmi le mani.

Contagio.

Ascoltare il rumore della pioggia.

Sembra un concerto di orologi scoordinati, con lancette che proseguono impazzite.

Tic tac. Tic tac.

Gestire le emozioni, anche le più testarde. Cosa da poco, eh? Ma non costa poco, ve lo assicuro.

Mi dico che concedersi dubbi è lecito. E darsi la possibilità di avvertire timori e tremori, resta legittimo, anche in un’era in cui si ostenta sicurezza.

Mi assolvo.

Aspettarsi qualcosa. Può essere considerato ragionevole? Da chi, poi? Da cosa?

Mi assolvo di nuovo, e torno punto a capo.

Abortisco emozioni.

Partorisco detriti.

Nonno.

Quando ero bambina mi divertivo a fargli le sorprese. Così la domenica, mi facevo lasciare dai miei genitori davanti al circolo, accanto alla chiesa che era solito frequentare. E quatta quatta, mi avvicinavo, dopo averlo adocchiato. Lo trovavo con i suoi amici del quartiere a giocare a carte, mi piantavo là davanti e gli sorridevo. Sorrideva anche lui, si riempiva di gioia per quella che, nata come sorpresa, era diventata consuetudine. Mi prendeva per mano, e tornavamo insieme a casa.
Gli ultimi anni di lui, gli ultimi momenti, li ricordo ancora. Mi arrabbiavo quando arrivavo in casa e lo trovavo a letto, a qualsiasi ora. Accendevo prepotentemente la luce della sua camera, così da costringerlo ad alzarsi. Non riuscivo ad accettare che fosse iniziato il suo declino.
‘Sono venuta qua per te, ti devi alzare. Non mi interessa se stai riposando. Non può essere, ora ci sono io.’
Provava a resistere ma era una farsa che durava un paio di minuti al massimo. E poi veniva da me, sul divano, e iniziava a punzecchiarmi.
‘Giovà, hai le mani pesanti, a picciliddra si fa mali.’ Interveniva la nonna. Ma io mi divertivo, e si divertiva tanto anche lui. Erano i nostri piccoli riti, che negli anni non erano cambiati.
Quel pomeriggio di fine maggio, studiavo economia per le ultime interrogazioni prima del diploma. Non si è più ripreso, l’ictus lo ha addormentato.
Vederlo lì, disteso e inerme, mi ha ricordato quanto siamo impotenti di fronte alla morte. Esseri finiti ed insignificanti. Sono scoppiata in lacrime, l’ho abbracciato forte. Ho continuato a tenergli la mano, stretta alla mia, ma lui ormai non poteva più sentirmi.
Quando vado a trovare la nonna, tutte le volte, mi fermo a guardare la sua fotografia sul comodino della camera da letto. Sorride. E io gli rispondo felice.
Mi manchi nonno.

Chi l’avrebbe detto mai.

Ho avuto paura. L’ho sentita insinuarsi, riconoscibile e muta. E farsi spazio, guadagnare terreno, e insieme porzioni di me. In un frangente, ha congelato ciò che con cura, ho sempre tentato di mantenere vivo.

Intorpidita, scettica, spiazzata. Non credevo potesse capitarmi, e soprattutto, non per questo.

Incredibile.

Intervallo di tempo insignificante, danni potenzialmente irreversibili.

Eppure una parte di me aveva già percepito quel rischio come verosimile. Accettandone a priori le conseguenze. Quel maledetto fiuto che mi rende segugio.

E ho avuto paura. L’ho sentita.

Fuoco.

Dolci disposizioni. E comandi, ferrei.

Impossibile sottrarsi.

Forza che si imprime, voglia che ogni superfluo residuo sopprime.

Liberi, dondoliamo. Anneghiamo.

Abbandonati, ci concediamo. E senza condizione né arco temporale, le regole creiamo.

Pensiero diventa azione, intenzione che diventa reazione.

Tremori, odori, umori.

Nesso causale e istinto primordiale.

Vedo polpastrelli, e mani, e labbra. E corpi stregati, rispondere all’unisono a quell’unico richiamo. Lo stesso.

Sin da subito, ci siamo.

Il mondo è bello perché è vario.

Le situazioni con le persone assumono contorni frastagliati e disparati, e i rapporti si delineano altrettanto diversamente. Si può voler bene in miliardi di modi, esistono miliardi di affetti, e di rapporti. Se è sincero, disinteressato, rispettoso, vero, puro, trasparente, è affetto. Sempre. Indipendentemente dal nome o presunto tale che si voglia assegnare alla confezione, da scartare in ogni caso lentamente e con estrema cura. La delicatezza nei rapporti umani è dovere sacro, assioma dal quale tutto parte, comandamento che conduce.

Ho sperimentato vari tipi di relazioni personali con i bipedi che ho incontrato lungo la vita.

Alcune, di passaggio, e grazie a dio. Di comodo, ma mai per me. A discapito mio, questo di certo. Meglio spazzarle via come cenere. E considerarle mere esperienze.

Altre, sincere e senza definizione. Senza limiti né vincoli. Passione, carne, pelle, lacrime, stringersi forte, desiderarsi peggio, spogliarsi le anime. Denudarsi dei vestiti e insieme delle paure, c’eravamo soltanto noi. Stretti, uniti, sommersi da una complicità vergine, sudati, sotto quelle coperte che mai riuscivano a rimanere ferme per più di circa dieci secondi. Perché ci dovevamo cercare, ci dovevamo avere. Senza limiti, riserve né regola alcuna. Irrefrenabile alchimia, che travolge gli organi e impressiona. E si, ti voglio bene, ormai te ne voglio.

Poi, quelle che ti hanno rubato il cuore per restituirtene uno in più. Esistono miracoli umani, le persone che ti migliorano la vita, con cui vuoi condividere la tua esistenza, la quotidianità. Una volta incontrate, sperimentate, vissute, inspiegabilmente diventano punti fermi e riconoscibili, guide e compagni. E sei grata al cielo per questi regali immensi. Corrispondenze di sensi, amorosi, dolci, di sguardi, di affinità elettive e profondità d’animo. Punti deboli che si rivestono di forza, che insieme è più bello, siamo invincibili. Stessi gradi di sensibilità finissima che si scoprono allo specchio e si riflettono negli occhi, che si infiammano di lacrime di commozione tutte le volte. Perché sei una creatura speciale. E non ti avrò ringraziato abbastanza, manco quando avrò secche le fauci. E si, staremo sospesi, e non solo quando fa freddo. Mi sei dentro, mi sei così dentro che non occorre trovare una spiegazione. Tu, creatura speciale, ed io, così imperfetta, ma t’ho promesso di non guarire.

Poi, ci sono i cosidetti amici, che per quanto mi riguarda, sono parte integrante del mio sangue. E senza loro, sarei decisamente più vuota. Meno piena, che mi piace di più. Tocchi terra, tocchi il suolo, poi il cielo, e loro ci sono. Mangi polvere, sputi sangue, vomiti lacrime. E loro rimangono. Rifiuti le cure, ma le loro giammai. Sono linfa, sono vita, sono famiglia. E tu sei grata. Nessuna carezza è stata mai più calda, nessun abbraccio più rassicurante, nessun rimprovero più sincero e dettato dall’amore per me. Provate a togliermi loro, avanti. Mi togliereste anche l’aria, mi strappereste il cuore dalla gabbia toracica, mentre ancora pulsa e scalpita. Sono parte di me, mi compongono. Ovunque siamo. E siamo ovunque noi, e ovunque li sento. Queste persone non hanno definizione, non puoi provare ad attribuire loro un’etichetta, qualsiasi sarebbe parziale. Ne occorre una onnicomprensiva, fin troppo dettagliata. Lasciamo perdere, non serve.

E alla fine ci sono io, inguaribile ostinata, che credo ancora negli occhi della gente, nei loro sguardi. Li sento, prima ancora di ascoltarli. E quando si compie questo prodigio, diventano anche un po’ miei, iniziano ad appartenermi, e mi preoccupo di tenerli stretti. Ricordando a me stessa di custodirli e averne cura, ad ogni costo.

Ad occhi chiusi.

Se chiudi gli occhi, si apre la terra. Proprio davanti a me. Che a priori non dico mai di no, che non precludo o escludo nulla. E prendo tutto.

Si apre la terra. Con voragini e solchi, e gole. Spaccature, incisioni e crepe.

Se chiudi gli occhi, ci penso io. Non avere paura. Non temere le oscurità.

Tu chiudi gli occhi, e cadiamo insieme. È uno sprofondare dolcissimo. Solo noi sappiamo, solo noi possiamo sapere. Ed è questa la culla che ci tiene.

Hai gli occhi chiusi, adesso posso chiuderli anch’io.

Novembre e le sue astrazioni.

Come sistole e diastole,

movimenti martellanti e ripetuti.

Bam, bam, baamm.

Laboratorio di emozioni, e non tutte uguali, come qualcuno vorrebbe che fossero. Per poterle controllare, studiare, e persino riprodurre.

Scontare gli automatismi costa caro.

Ma noi no, noi le vogliamo così.

Vere, autentiche, diffidenti, urlanti.

Straordinarie, devastanti, distoglienti, debilitanti.

Implacabili. Destabilizzanti, equilibrate, equilibriste.

Sfibrano pareti e viscere, sporcano organi e stropicciano lenzuola. Che restano fredde e umide di orgasmi e umori, e bagnate da lacrime figlie di tutte le madri.

Macchiano la carne, la marchiano a fuoco.

Indelebile, imprescindibile, irriducibile sigillo.

E restano i segni, rimangono sbiaditi a sovrapporsi e stratificarsi, uno sull’altro. Decisi. Tuoi.

Sinonimi di te.

Punto.

Amore di tufo.

Odore di chiuso.

Il libro che sto leggendo.

L’amore che non sto vivendo.

Celebrare eucarestie e fragilità, rompere equilibri precari e districarsi fra la nebbia dei perché.

Ombre. Sagome. Fumi scuri.

Pioggia scende e cade a cascata. Rompe i silenzi, irrompe sulle promesse. Interrompe le alleanze, riduce le somiglianze.

Azzera i conti.

E la tregua dell’anima, mai.

Sei come la terra promessa che nessuno ha scoperto. Straniera, provata, privata.

Verme nudo, e gelido e viscido. Ansima e geme, cercando un appiglio.

Ennesima ancora, ancora.

Amarcord.

È quasi sempre bello. Mi ricordo, mi contorco, mi riapprovo, seppur sia parziale il ricongiungimento con quella parte di me.

È quasi sempre bello, inaspettato. Mai ricercato, comandato, stabilito. Così accade, di tanto in tanto.

Rinnovamento di un senso, del senso. Che si ritrae, si riscopre, si espone. Era il senso di tutto, poi mutato, bruscamente, nel senso del nulla. Quel nulla che assale l’anima, la dissolve. E quella dissolvenza che ha i colori del buio, e l’odore acre dell’ultimo respiro.

Fiato sul collo. E sorrido timida, sorrido di me.

È quasi sempre bello perché ripasso il ricordo di me, di cosa ero e come.

La chiave di tutto, io ed io soltanto.

Le corde pizzicate, lubrificate di vita.

Fix you.

Promettimi che non ti sprecherai per me.

Fallo, e guardami dritto negli occhi. Così. Fisso, immobile sguardo di ghiaccio che penetra e distrugge. Generatore di emozioni, che crea e destabilizza. E affonda ogni spirito, ogni speranza di sopravvivenza a te.

Tu, adesso devi dirmelo.

Come un tornado, che sconquassa e ribalta ogni ordine stabilito, e inverte le maree, e rovescia le consuetudini ancestrali. Così è stato.

Avanti, promettimelo. Che non sprecherai occasioni, parole, respiri. Che non accumulerai emozioni, e non collauderai alcuna vita nuova a causa mia.

Preservati.

Nessuno mi ha chiesto. Nessuno sa, quanto male possa fare. Oh, no. Ed io non saprei dove trovare le forze per sopportare dolori altri, già adesso fatico a sentire quiete. E il sollievo, un miraggio evanescente.

Niente ti ho mai chiesto, mai. Adesso è arrivato quel tempo, è il momento.

Quindi si, tu prometti. Ed io prometto a te, che ti proteggerò ad ogni costo.

Inaspettato.

Scombussolata e incredula.

Mi sembra così strano, mi sento ospite in casa d’altri. Non ho ancora realizzato che adesso qui ci abito io. Ho lasciato una casa dopo tanti anni, dopo averci appeso il cuore a quelle pareti, dopo averci fatto l’amore con quelle quattro mura.

Mura di cinta e a scopo difensivo, mi hanno protetta e cullata per sette lunghi anni.

Qui, soffitto bianco senza travi di legno.

Qui, ci sono stata centinaia di volte ma adesso è il mio posto.

Qui, un letto per due ma io sono una. E ci nuoto dentro, ci riposo a metà.

Avviene tutto per una ragione, anche quando preferisce giocare a nascondino e non farsi trovare. Avviene tutto perché deve, perché tra le infinite variabili, la prescelta rimane una soltanto.

Avviene tutto perché dobbiamo rigenerarci e provare ad essere ogni giorno la versione migliore di noi stessi. Rinnovata, arricchita, riappacificata.

Mentre aspetto.

Attese.

File.

Al bar, alle poste, in ospedale.

Persino nella vita bisogna stare in fila, disciplinati, soldatini programmati e ad uno ad uno ordinati.

Una lista di cose da fare, priorità da svolgere e scelte da compiere.

Funzionare. Sopravvivere. Così facendo si rimane spesso intrappolati nella mediocrità, e si sprofonda nell’approssimazione e nel buco nero del pressapochismo.

Vivere è cosa diversa dalla sopravvivenza, devi superare la selezione naturale. E svegliarti, che il mondo non t’aspetta, ha da fare.

Decidere di prendersi responsabilità, verso se stessi, poi anche verso il resto degli esseri umani. Ordinaria programmazione quotidiana. Ordini quotidiani e programmati, che già la musica cambia. Quelli che dai a te stessa, che impartisci al tuo corpo e alla tua testa, affollata, incasinata, impacciata.

Orologi biologici sfalsati, false righe entro cui doversi muovere, come quelle delle elementari, quando non potevi sgarrare e uscire fuori dal bordo così ben delineato. I quaderni a righe, poi, li ho sempre preferiti. I quadretti mi stanno antipatici, le lettere ci stanno male, si incastrano peggio.

Mi dovrò incastrare anch’io. Con le file, con le attese, coi miei capelli biondi, e con la vita stessa.

Si, ma come?

Racconti di brevità intense. A caso.

E poi, dopo ore spese a parlare al vento, ai muri di quella stanza, alle presunte notti insonni, solo poi, hanno pianto insieme.

Lui e lei.

Si sono abbracciati, e solo allora i baci si sono mescolati a lacrime e saliva. Non sono riusciti nemmeno a fare l’amore quel pomeriggio. Lui le ha chiesto di fermarsi, lei ha obbedito, lo ha rispettato.

Così lo ha accompagnato alla porta, senza guardarlo. Non si è concessa nemmeno un finto errore casuale. E quando lui ha cercato le sue labbra, loro non si sono fatte trovare. Un bacio in fronte, come si fa quando ci si saluta per sempre, quando il commiato è destinato a rimanere eterno. Si è voltato, ed è sparito via.

Brucia ancora.

Bruciano, Sodoma e Gomorra. Ardono, muoiono. E le urla soffocano le fiamme. E le fiamme corrodono le corde vocali.E con loro, bruciamo anche noi. Esseri infinitesimali.Non rimane che grigia cenere, residuo fra lingue di fuoco ed illusioni sprecate. Non ci resta che pregare un dio qualsiasi, affinché ascolti gli ultimi tumulti. Affinché passi la sua mano a chiudere i nostri occhi. Che troppo hanno visto e fin troppo hanno patito.E poi, chissà, arriverà il temuto Apocalisse e ci sorprenderà insieme, stretti e avvinghiati, spaventati ma uniti. Sciolti nei nostri peccati.E tu, dimmi. Mi terrai fra le braccia e sceglierai di sacrificarti con me?

Elucubrazioni.

Le storie vanno come devono. Qualsiasi conclusione di una situazione ha infinite variabili futuribili e ipotetiche, ma una e una sola è quella che, in concreto, si avvererà. Quanto ai motivi e alle ragioni, quelli sono scritti fra le stelle. Non ci resta che chiedere a loro, e rassegnarci alla nostra umana finitezza.

Come le cause di certi desideri, che rimangono chiusi dentro al petto per mesi, o forse anni, e poi, di colpo, sbocciano. Per un assurdo gioco di coincidenze che ti lascia interdetta.

Sola, come sempre è e sarà, in ogni caso. Immobile, ma viva.

Saremo sospesi, ricordi? E lo rimarremo in ogni senso e in ogni luogo, ci ritroveremo meno deboli e ci riabbracceremo, quando ne avremo il coraggio. Quando l’agio del cuore renderà possibile questo stringersi dolcissimo. E allora sarà concretizzabile, e soltanto allora saranno spariti gli trascichi di una resistenza inutile. Intanto, continuo a volerti bene di un bene che è fonte inesauribile, e quando scorgo il tuo sorriso, mi rompo e mi ricompongo a respiri alternati.

Resilienza, e così sia. Un comandamento sacro e inciso, sulle tavole, sulla pietra, cucito addosso sulla pelle. Bestia marchiata dalla fiamma rovente.

Accoglierò ciò che verrà, senza timori o rossori, perché non sono capace di rifiutarmi. È l’unica promessa che sono capace di mantenere a me stessa.

Nel bene e nel male, così mi hanno costruita, così mi sono forgiata.

È solo solo così che il mio sangue sa scorrere.

Di frenesie e temibili dolcezze.

Chi mi conosce non poco e sa di cosa parla, dice che io abbia costantemente bisogno di provare emozioni forti, che scompigliano il ventre, che sciolgono le viscere e non si accucciano mai.

In parte, è vero così.

Perché ad ogni mia fase di trepidazione, ne segue una fatta di rassicurazioni e ricerca di conferme. Binomio letale, che restituisce fiato ad un’anima modellata sull’arte del sapersi emozionare.

Devo tremare, voglio fremere. Con testa e corpo, con ogni centimetro della carne che mi ricopre.

Seguirmi potrebbe essere percorso non per tutti, non proprio una passeggiata fra le vetrine che ti rimbambiscono con le musichette idiote create di proposito. Che ti inducono a comprare persino la roba più inutile mai inventata.

Sono molto più di questo. Rischiare, scegliere, annusarsi e decidere di tenere, tenerselo, tenerci, decidere di tenersi.

Per mano, attaccati ai fianchi, schiena contro schiena, bacini adiacenti e incastri perfettamente combacianti.

E disegnare percorsi comuni ma solisti, autonomi ma con uno sbocco a due. Emissari che nascono, e poi escono, dallo stesso lago.

E ripercorrere i sogni durante una notte senza luna, così scura che mette paura. Aspettarsi fra le guerre e resistere alle pestilenze, per poi ritrovarsi e macchiarsi del peccato più destabilizzante e sicuro, per ritornare ad essere due ma a tratti uno.

Sussurrami parole. Confondimi.

Prendimi. Accoglimi. E lasciati cadere.

Abbandoniamoci.

Deliranze.

Registriamo orgasmi,

caviamo ragni dai buchi,

ricicliamo affetti e promesse. Un po’ come il pet.

All’occorrenza, senza saldi né prezzi ribassati ai mercatini.

Siamo tutto e niente.

Mi chiedo se sia passeggero. Il mondo.

Abbiamo tutti bisogno di carezze, come quando eravamo bambini. Che in fondo, nessuno smette mai.

E allora che fai, non te lo prendi?

Quegli occhi, trasudano di dolori, e fanno crepare i muri e crollare chiese millenarie. E quelle mani, grandi e calde, lì soltanto per sfiorarti la faccia. E posarsi su di te.

Mi fai venire voglia di farti del bene.

Come?

È questo il genere di frasi che mi spiazza.

Restless.

Il mese di settembre ha seriamente messo alla prova la mia pazienza. La mia emotività.

Il mese di ottobre è iniziato peggio. L’altra mattina, sono uscita di casa esclamando a voce alta, che dio me la mandi buona.

Come trasportata dall’onda di Kanagawa, assecondo movimenti e oscillazioni, abbandonata. A tratti controllata, se resisto agli urti.

Intensità estreme toccano vette elevatissime, e scavano gole profondissime.

È tutto incontenibile. Tutto, compresa me. Un tizio sul bus, sconosciuto, dal nulla mi guarda e mi dice che sono irrequieta, lasciandomi basita. Non credevo si percepisse a tal punto da accorgersene alla prima, distratta e volce occhiata.

Importante è ciò che ti porti dentro, che rimane, perché ti ha attraversato. E lo senti, sempre. Ed è quello che conta, che sconquassa, che scuote. Che un bel giorno si ferma, si stratifica e si erge a consapevolezza. Ha un nome. È ciò che mi piace definire gli infrangibili resti.