Mentre aspetto.

Attese.

File.

Al bar, alle poste, in ospedale.

Persino nella vita bisogna stare in fila, disciplinati, soldatini programmati e ad uno ad uno ordinati.

Una lista di cose da fare, priorità da svolgere e scelte da compiere.

Funzionare. Sopravvivere. Così facendo si rimane spesso intrappolati nella mediocrità, e si sprofonda nell’approssimazione e nel buco nero del pressapochismo.

Vivere è cosa diversa dalla sopravvivenza, devi superare la selezione naturale. E svegliarti, che il mondo non t’aspetta, ha da fare.

Decidere di prendersi responsabilità, verso se stessi, poi anche verso il resto degli esseri umani. Ordinaria programmazione quotidiana. Ordini quotidiani e programmati, che già la musica cambia. Quelli che dai a te stessa, che impartisci al tuo corpo e alla tua testa, affollata, incasinata, impacciata.

Orologi biologici sfalsati, false righe entro cui doversi muovere, come quelle delle elementari, quando non potevi sgarrare e uscire fuori dal bordo così ben delineato. I quaderni a righe, poi, li ho sempre preferiti. I quadretti mi stanno antipatici, le lettere ci stanno male, si incastrano peggio.

Mi dovrò incastrare anch’io. Con le file, con le attese, coi miei capelli biondi, e con la vita stessa.

Si, ma come?

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Racconti di brevità intense. A caso.

E poi, dopo ore spese a parlare al vento, ai muri di quella stanza, alle presunte notti insonni, solo poi, hanno pianto insieme.

Lui e lei.

Si sono abbracciati, e solo allora i baci si sono mescolati a lacrime e saliva. Non sono riusciti nemmeno a fare l’amore quel pomeriggio. Lui le ha chiesto di fermarsi, lei ha obbedito, lo ha rispettato.

Così lo ha accompagnato alla porta, senza guardarlo. Non si è concessa nemmeno un finto errore casuale. E quando lui ha cercato le sue labbra, loro non si sono fatte trovare. Un bacio in fronte, come si fa’ quando ci si saluta per sempre, quando il commiato è destinato a rimanere eterno. Si è voltato, ed è sparito via.

Brucia ancora.

Bruciano, Sodoma e Gomorra. Ardono, muoiono. E le urla soffocano le fiamme. E le fiamme corrodono le corde vocali.

E con loro, bruciamo anche noi. Esseri infinitesimali.

Non rimane che grigia cenere, residuo fra lingue di fuoco ed illusioni sprecate. Non ci resta che pregare un dio qualsiasi, affinché ascolti gli ultimi tumulti. Affinché passi la sua mano a chiudere i nostri occhi. Che troppo hanno visto e fin troppo hanno patito.

E poi, chissà, arriverà il temuto Apocalisse e ci sorprenderà insieme, stretti e avvinghiati, spaventati ma uniti. Sciolti nei nostri peccati.

E tu, dimmi. Mi terrai fra le braccia e sceglierai di sacrificarti con me?

Elucubrazioni.

Le storie vanno come devono. Qualsiasi conclusione di una situazione ha infinite variabili futuribili e ipotetiche, ma una e una sola è quella che, in concreto, si avvererà. Quanto ai motivi e alle ragioni, quelli sono scritti fra le stelle. Non ci resta che chiedere a loro, e rassegnarci alla nostra umana finitezza.

Come le cause di certi desideri, che rimangono chiusi dentro al petto per mesi, o forse anni, e poi, di colpo, sbocciano. Per un assurdo gioco di coincidenze che ti lascia interdetta.

Sola, come sempre è e sarà, in ogni caso. Immobile, ma viva.

Saremo sospesi, ricordi? E lo rimarremo in ogni senso e in ogni luogo, ci ritroveremo meno deboli e ci riabbracceremo, quando ne avremo il coraggio. Quando l’agio del cuore renderà possibile questo stringersi dolcissimo. E allora sarà concretizzabile, e soltanto allora saranno spariti gli trascichi di una resistenza inutile. Intanto, continuo a volerti bene di un bene che è fonte inesauribile, e quando scorgo il tuo sorriso, mi rompo e mi ricompongo a respiri alternati.

Resilienza, e così sia. Un comandamento sacro e inciso, sulle tavole, sulla pietra, cucito addosso sulla pelle. Bestia marchiata dalla fiamma rovente.

Accoglierò ciò che verrà, senza timori o rossori, perché non sono capace di rifiutarmi. È l’unica promessa che sono capace di mantenere a me stessa.

Nel bene e nel male, così mi hanno costruita, così mi sono forgiata.

È solo solo così che il mio sangue sa scorrere.

Di frenesie e temibili dolcezze.

Chi mi conosce non poco e sa di cosa parla, dice che io abbia costantemente bisogno di provare emozioni forti, che scompigliano il ventre, che sciolgono le viscere e non si accucciano mai.

In parte, è vero così.

Perché ad ogni mia fase di trepidazione, ne segue una fatta di rassicurazioni e ricerca di conferme. Binomio letale, che restituisce fiato ad un’anima modellata sull’arte del sapersi emozionare.

Devo tremare, voglio fremere. Con testa e corpo, con ogni centimetro della carne che mi ricopre.

Seguirmi potrebbe essere percorso non per tutti, non proprio una passeggiata fra le vetrine che ti rimbambiscono con le musichette idiote create di proposito. Che ti inducono a comprare persino la roba più inutile mai inventata.

Sono molto più di questo. Rischiare, scegliere, annusarsi e decidere di tenere, tenerselo, tenerci, decidere di tenersi.

Per mano, attaccati ai fianchi, schiena contro schiena, bacini adiacenti e incastri perfettamente combacianti.

E disegnare percorsi comuni ma solisti, autonomi ma con uno sbocco a due. Emissari che nascono, e poi escono, dallo stesso lago.

E ripercorrere i sogni durante una notte senza luna, così scura che mette paura. Aspettarsi fra le guerre e resistere alle pestilenze, per poi ritrovarsi e macchiarsi del peccato più destabilizzante e sicuro, per ritornare ad essere due ma a tratti uno.

Sussurrami parole. Confondimi.

Prendimi. Accoglimi. E lasciati cadere.

Abbandoniamoci.

Deliranze.

Registriamo orgasmi,

caviamo ragni dai buchi,

ricicliamo affetti e promesse. Un po’ come il pet.

All’occorrenza, senza saldi né prezzi ribassati ai mercatini.

Siamo tutto e niente.

Mi chiedo se sia passeggero. Il mondo.

Abbiamo tutti bisogno di carezze, come quando eravamo bambini. Che in fondo, nessuno smette mai.

E allora che fai, non te lo prendi?

Quegli occhi, trasudano di dolori, e fanno crepare i muri e crollare chiese millenarie. E quelle mani, grandi e calde, lì soltanto per sfiorarti la faccia. E posarsi su di te.

Mi fai venire voglia di farti del bene.

Come?

È questo il genere di frasi che mi spiazza.

Restless.

Il mese di settembre ha seriamente messo alla prova la mia pazienza. La mia emotività.

Il mese di ottobre è iniziato peggio. L’altra mattina, sono uscita di casa esclamando a voce alta, che dio me la mandi buona.

Come trasportata dall’onda di Kanagawa, assecondo movimenti e oscillazioni, abbandonata. A tratti controllata, se resisto agli urti.

Intensità estreme toccano vette elevatissime, e scavano gole profondissime.

È tutto incontenibile. Tutto, compresa me. Un tizio sul bus, sconosciuto, dal nulla mi guarda e mi dice che sono irrequieta, lasciandomi basita. Non credevo si percepisse a tal punto da accorgersene alla prima, distratta e volce occhiata.

Importante è ciò che ti porti dentro, che rimane, perché ti ha attraversato. E lo senti, sempre. Ed è quello che conta, che sconquassa, che scuote. Che un bel giorno si ferma, si stratifica e si erge a consapevolezza. Ha un nome. È ciò che mi piace definire gli infrangibili resti.

29. E sono sei.

Vorrei trovare, su una bancarella dell’usato, un bugiardino che riporta le istruzioni per il disuso. Un libretto di quelli invecchiati dal tempo, che odorano di pagine ingiallite, che portano i segni di chi ha avuto bisogno di leggere quei comandamenti per le esigenze più disparate. E disperate.

Mi sforzo, mi impegno, vaneggio. Si sa, lo sforzo nobilita, o forse debilita. Gli arti, e insieme ogni cellula pulsante.

Immagino.

Il ritorno, il viaggio, i commenti e le battute, i piani per il prossimo futuro. La luce che si riflette nei tuoi occhi cangianti. I desideri e le aspettative, gli sforzi per ricominciare, per rintracciare le soluzioni possibili. La tua creatività, le idee assurde e originali che nascono a caso, dal niente, in un istante. Che le appunti subito, quando sei ispirato. Altrimenti potrebbero fuggire via, allora diventi cacciatore pronto a catturarle. Adoro di te il fatto che tu abbia delle sacre abitudini, indispensabili. Riti che consacrano il tuo essere, la tua essenza. La sofferenza celata, fardello che pesa e diventa macigno, che riesci a condividere con pochissimi eletti. Il modo in cui la gestisci, in cui sai riporre ogni cosa al suo posto. Scomponi e scorpori, depositi, conservi. Lo hai fatto anche con me, mi hai riposta e conservata. Adoro osservarti, mentre compi quei gesti in modo così naturale e quasi metodico. La tua positività innata, quella a cui ti sei dovuto allenare, che adesso è componente imprescindibile del tuo sangue. E ti attraversa.

Sei impregnato di bellezza.

Ti immagino, fra le tue cose, in quella casa che magari magari mi avrebbe accolta, un giorno. Fra quei colori e quelle lucine, che prima lucina ero anche io. E i sorrisi di chi ti aspetta, con ansia, con trepidazione.

Come me, che ancora t’aspetto.

Mi trovi al solito posto, a cuore aperto. Mi trovi al mattino o durante la notte, che il letto è mezzo vuoto adesso. Se vorrai, cercami fra quei paesaggi a te familiari, fra le nuvole e il lungomare, fra i randagi e gli scogli freddi, e i colori accesi e cupi delle tue tele.

Ci sarò.

È tutto bianco.

Fisso il tetto di questa stanza. Bianco è e bianco resta. Proprio come ciò che ho dentro la testa. Bianco perché ci sono tutti, i colori. Ognuno al suo posto. Si accarezzano l’un l’altro, si abbracciano, si stringono sinuosi. Imbianco pareti e parole, vomito emozioni dagli occhi. So bene cosa farei e cosa vorrei, ma rammento alla mia coscienza che non ci sono io soltanto. Che il rispetto viene prima di ogni egoismo, di ogni esigenza. Sta zitta Laura, sta ferma. Sarebbero etichettati come gesti inconsulti, che il mio istinto partorisce naturalmente e non sa abortire. Crepa tutto, pure il tetto. Quello bianco. Si sgretola e mi cade addosso. Sommersa dalla polvere, calcinacci invadenti ed intonaco pesante. Sgretolate macerie ricoprono ciò che resta.

Beffarda sorte, puttana che si diverte.

Adesso lo sento, quel sapore sulla lingua, quell’odore che scava le narici, e quella sensazione devastante che non ha nome. Sentirsi a casa, esserci. Ci sono. Io ci sono. Adesso le sento, quelle mani delicate muoversi, le gentili carezze sul viso, quegli occhi puntati addosso, ma senza invadenza. Quegli occhi pieni di amore. E gocce solcano la carne. In silenzio, come di solito accade. In silenzio, quasi per vergogna o paura.

Urlerei.

Adesso ti sento presente, come non ti avevo sentito mai.

26.

Bologna, giorno due. Eleganza, discrezione, vitalità, contraddizione. Bellezza e tristezza mischiate imprescindibilmente. Elementi irriducibili, stratificati e perfettamente amalgamati. Colonne impregnate di storia e macchie. Portici popolati da chi ha trovato, fra quelle che sembrano braccia accoglienti, il tetto della casa che ha abbandonato, o forse mai avuto. Fame. Bologna è una signora vestita in lungo che ha fame.

Mi ha comunicato tutto questo. Sottovoce, sussurrando. E senza pretese. Del resto, io non ne ho mai. Non mi aspetto nulla. E mi sorprendo, come una bambina mi brillano gli occhi e guardo, osservo, noto, scatto centinaia di foto con quelle iridi che sembrano non averne mai abbastanza. E mi vengono le tue di iridi, in mente. Mi si piantano davanti la faccia, sento qualcosa che si rompe e qualcos’altro che si riempie. Forte, fortissimo. Mi piace pensare a come noteresti tu tutti quei particolari, al modo in cui sapresti descriverli. Così pieno di dettagli, come te. Come i dettagli del tuo sorriso, mai uguale, mai lo stesso. Come i tuoi occhi parlanti, urlanti, che suggeriscono emozioni. E mi soffermo davanti ad alcune vetrine, perché sono certa lo faresti tu. E mi diverte pensare a cosa accadrebbe, se ci fossi anche tu qui. E ti spedirei miliardi di cartoline, e ti scriverei lettere lunghissime.

Mi hai insegnato a guardare il mondo con gli occhi tuoi, che sono la luce più accesa io abbia visto mai. E anche tutto il resto, adesso, mi sembra migliore. Così tanto. Migliore, come me quando ero con te. Migliore, come la sorpresa che mi ha concesso il mondo, facendomi trovare te. Un bagliore.

Mattine.

Rivivo scene.

Quasi identiche si sono riproposte.

Sadiche.

Bus verde, nessuno a terra. Vetri oscurati senza spettatore.

A minuti si parte.

Una figlia saluta per telefono i genitori. Respirano apprensione. Lei vede loro ma loro non vedono lei.

Io ti vedevo però. Ti ho guardato fin quando il bus non è sparito. E ho sentito dentro al cuore una fitta netta, una cesura. Un taglio che si apriva dentro al petto. Non ho visto scorrere sangue ma il sapore ferroso sulla lingua si, quello l’ho sentito.

Sei già stato dove sto per andare. E s’era anche detto che ci saremmo andati insieme.

Si dicono tante cose.

Vorrei soltanto esserci. In ogni caso e in ogni senso. Ad ogni costo.

Ma dimmi adesso, dove ci acchiappiamo?

Ormai.

Forse non t’ho mai detto quanto bene ti voglio.

Ormai è tardi, per fartelo capire.

Ormai è tardi, è tardi per tutto.

Non t’ho mai detto cosa mi provochi, cosa mi fai sentire, cosa sento quando mi sei accanto.

Non t’ho mai spiegato che quando parli di cose, di qualsiasi cosa, la mia mente ascolta, avverte, immagina, e i miei occhi si inumidiscono di pioggia salata. Perché tu mi fai commuovere, ma in senso bello.

Perché tu sei bello. Talmente bello da restarci secca. Talmente bello da morirne. Bello che non basti mai, che ne vuoi ancora. Che non ti sazi.

Perché io ho sempre fame, di vita. Di emozioni, di tremori.

E ora comprendo, ora capisco che forse non t’ho dato abbastanza, non t’ho detto abbastanza.

Anima buona, colorata. Degna. Anima rara.

Guarda che cielo stasera, t’ho pensato subito. Così in fretta che t’avevo già sentito dentro, e ho sperato che anche tu, da lassù, potessi vedere ciò che stavo vedendo io.

Quando guardo il cielo, sempre ti penso. E cosa darei adesso, per dirti tutto, per darti tutto.

Adesso.

Momenti di vuotezza infinita. Le circostanze fanno a gara per distruggermi, poco alla volta. Mi sento tremendamente sola. Abbandonata.

La città mi appare vuota, umida, arida.

Ho bisogno di qualcosa che adesso non c’è. Qualcosa che non conosco ancora, ma che questo momento di vita non può darmi.

Linfa essiccata, appassita.

Tachicardia e ansia palleggiano col mio corpo, giocano a chi arriva prima, a chi dura di più.

Non riuscire a gestire e compiere le banali azioni quotidiane, perché?

Smarrita.

Provo e fallisco, ritento e richiamo la forza che manca, arranco, mi lascio cadere. È questo l’andamento della mia curva, routinario e disastroso. È spaventoso.

Qualcuno può comprendere, qualcun altro può solo provare a farlo.

E tu, sapresti esattamente cosa fare. Meglio di chiunque altro. Capiresti senza fraintendere, esemplare in via d’estinzione. Sapresti come stringermi. In testa le tue parole rimbombano come un mantra. Mi fanno compagnia, mi consolano e mi fanno sentire più viva, e meno sola. Adesso che ho bisogno di te.

Luce.

Ti penso sempre alla luce e con la luce.

All’alba, al tramonto e nelle notti insonni illuminate dalla mia lampada di sale.

Perché sei tu che hai portato luce.

Hai rischiarato quella tela color tenebra, dedicando te stesso a me. Con dedizione e lavoro ineccepibile di cura. Ed è bello, adesso e non solo, ricordarsi di ogni singolo particolare, di ogni minuscola attenzione che sapevi riservarmi. Le accortezze, anche quelle più piccine, semplici, ma piene di te. Della tua genuinità disarmante.

Tu, meraviglia dagli occhi di ghiaccio.

Mi piaceva accorgermi di ogni cosa. Io, silenziosa, ti osservavo, ti contemplavo quasi di nascosto, quasi per paura di mostrare la mia inevitabile commozione. E quando sereno ti abbandonavi, e ti lasciavi cadere fra le braccia di Morfeo, non riuscivo a star ferma. Dovevo sfiorarti. E riempirti di baci. Piano.

Tu, angelica creatura speciale.

Io, fiera di averti tenuto accanto.

Fiera di te, oggi, ieri, sempre.

Estrinsecazioni.

Siamo come siamo. E capita di incontrarsi, annusarsi e scegliersi. Dicono di me che sono molto selettiva con la gente, sin da quando ero bambina. E non potrei non riconoscerlo anch’io.

Non abbiamo colpe o responsabilità, se gli eventi non seguono il corso che abbiamo intimamente desiderato per loro. Durante il sentiero si incastrano mille e mille sassolini, e rocce, e piante. Che si districano e disegnano la via, qualunque essa sia. Il desiderio celato resta, quella prospettiva futuribile e piena di speranza. Quel piccolo miracolo di emozioni che insegna, e arriva dritto al cuore, pugnale che restituisce la vita. È così è stato.

Lo sento da dentro, lo stomaco in fiamme e la gola affaticata, lo sterno diventa divisorio di emozioni, vibra e si lamenta.

Ascolto, riepilogo, compresione.

Per questo, per tutto questo, non sarò mai grata abbastanza.

Adesso, soltanto l’esigenza di me.

Lunedì 16 settembre.

E poi succede così, che tenti e fallisci. Di continuo. È un ciclo, un riciclo, una macabra giostra dell’orrore. Tu, testarda come un mulo, che se non vedi il sangue sul muro, di fermarti non ne vuoi proprio sentire. Sorda ai rimproveri altrui, sorda ai richiami della tua coscienza che sbatte e s’infrange. Eco riflessa.

Ma questa sono, e come dice mia madre, sono una ma faccio per dieci. Sfido le intemperie e disinnesco le bombe del tempo. Sperando che possa arrivare il tempo per tutti, e che giri con lo stesso ritmo e sulle stesse frequenze. Poi, se non accade, dormo serena, sapendo di essermi spesa, data, offerta. Senza interferenze o imposizioni, pretese o alte velocità. Calma, Laura. Ci vuole pazienza, che la fretta è la madre dei danni, e poi sei l’unica a doverne pagare le conseguenze.

Si dice che è meglio iniziare di lunedì. Sembra più serio e credibile.

Sarò anche fatta come sono fatte le cose belle, ma indubbiamente non sono così bella da farti restare.

Quando.

Quando credi di essere diventata importante, davvero importante per qualcuno, è lì che si annidano i problemi. E diventano nodi che non puoi sciogliere. Non devi supporlo neanche per un secondo, non è così.

Quando credi di essere abbastanza, perché te lo fanno credere, è proprio lì che hai fallito. È un pensiero marcio, il tuo.

Quando ci credi di nuovo, quando sei disposta a soffrire e soffrire fino a lacerarti, le difese si azzerano, e torni vulnerabile, e nuda come un verme, fermati prima. Non provarci nemmeno a soffrire di nuovo, che poi ti senti il vuoto dentro.

Quel filo rosso, che ti abbraccia senza stringere, che non soffoca ma accoglie, non esiste.

Quando non riesci a frenare i pensieri, e ti preoccupi esageratamente perché forse potresti sbagliare, e sbagliando potresti ferire un altro essere umano, frenali. Impara a frenarli, tira quel fottuto freno a mano e fermati. Poi agisci, che se lo fai nel bene, mai potrai sbagliare. Mettiti alla prova, quel che sarà sarà. Le opportunità per essere felici non sono mai troppe, non troverai mai i tavoli dei banchetti che straripano. Che poi resti affamato, e ti mangi le mani, i polsi e le braccia, che poi sei sostituibile, che poi torni estranea. Ed è stato bello finché è durato, ma tanto si sta bene anche da soli, e da soli è meglio, che non siamo fatti per stare in due.

Occasione persa, sono. O forse no, dipende dai punti di vista. Giardino e giardiniere. Non si può sapere, se si scappa, se si fugge. Ma del resto, se si sta meglio senza, beh che senso ha.

Rovine.

Sentirsi di troppo è una sensazione che conosco, di cui mi ero quasi dimenticata, per lo meno in certi contesti. Ed era cosa buona e giusta.

Eppure il silenzio parla, parla eccome.

Comunicare senza avvalersi di parole.

Evitare fino ad evocare.

Comunicare tacendo, sparendo, chiudendo le porte e i portoni, i cancelli e le vetrate.

I vecchi ferri arrugginiti, polverosi, adesso pungono. E lacrime su lacrime, e grattacieli infranti di parole, che a volte si fa’ presto a pronunciare, altre si ritarda perché non è ancora il momento. E si ha rispetto per ciò che lentamente germoglia. È gentile, è dolce. Innocente.

Di chi è la responsabilità adesso? Chi si accolla il rischio? E a quanto ammonta il danno?

Certe emozioni non si possono quantificare.

Perché siamo rovine, e ci consumiamo piano.

Riflessi.

Sciacalli di emozioni.

Saccheggiano, trafugano, pretendono di impossessarsi di ogni bene. Puntano gli occhi persino su quelli inviolabili, sacri, eterei.

Impotenza. Osservi e lasci fare.

Rabbia sopraggiunge alla vista di quell’orrore. E disincanto.

Il tempo ti ha ammansito, non ti infiammi come avresti fatto in passato. Sei più mite, a tratti silenzioso, cauto, riflessivio. Coraggioso.

È storia, si sa da tempo immemore che gli sciacalli amavano aggirarsi fra i campisanti e i sepolcri, per fare razzia dei resti umani, senza curarsi delle buone maniere. La fame acceca, rende vulnerabili.

E tu un’arma hai per sfuggire a quelle insaziabili fauci, la vita. Sentiti, ascoltati, renditi vivo. O finirai per diventare succulenta preda.

Quando sorridi, è un attimo.

Spegnere il tuo sorriso è un delitto di cui non posso macchiarmi.

Io non so perché, ma tu hai la capacità di brillare, così è.

Non esiste cosa più preziosa dei tuoi colori quando sorridi, quando mi insegni che questo conta e nulla più. Imparare a star bene ad ogni costo, mettersi al centro, guardare il cielo col naso all’insù.

Ed io ti ringrazio, tesoro bello. Perché sei stato maestro. Sei stato emozione, e vita. E nutrimento. E quotidianità. Che adesso sembrano essere fuggiti via, e dentro solo pioggia e vento. E candele spente, che non ho voglia di accenderle senza di te. I tuoi quadri mi parlano, parlano di te, di quanto ruoti veloce quella testolina piena di perché. Ed io così piccola, e fragile, mi ritrovo sola, a conservare gelosamente ciò che mi hai donato. Sei meraviglia, e non lo sai. Emani purezza, e manco di questo ti accorgi. Fortunata io, che ti ho tenuto fra le dita, fra le mani, fra il cuscino e le lenzuola. E mi sorprendo io stessa di sentirti così forte, adesso, proprio adesso che non ci sei.

Se solo.

La paura è forte.

La paura fotte, terrorizza, paralizza.

Comprime, genera ansia, mozza il respiro, blocca i pensieri, anestetizza l’anima. La paura crea buio, e vuoti profondissimi. Azzera i conti, quelli in sospeso e quegli altri, morti sul nascere. Scava solchi, prosciuga i torrenti. La paura brucia. E senti il suo ghigno beffardo da signora malefica. La risata al sapore di rivalsa, quando sa di averti in pugno.

La paura può salvare. Te, o qualcun’altro. O addirittura tutti e due.

Ma di certo la paura sa come spegnere gli occhi. Abortisce gli sguardi innocenti che si sarebbero propagati dai miei, se solo avessi potuto guardarti ancora una volta, se solo non avessimo così tanta paura di ritrovarci, poi, a leccare le ferite.

Ma non lo vedi che sanguinamo allo stesso modo?

La paura di star male non si può biasimare, ma soltanto tentare di comprendere.

La paura può essere giusta. E come tutte le cose giuste, è in grado di scegliersi una giustificazione.

Chi può dirlo.

Interessante osservare e valutare la tempistica e le modalità di azione e reazione degli individui, in determinate circostanze e situazioni.

Gli eventi, le prospettive, le soluzioni.

Curioso come possano variare, da cervello a cervello, da cuore a cuore, le alternative proponibili. E, ancora di più, come possano essere portate avanti e concretizzate.

La definitività mi terrorizza. Tiene fra le mani lo scettro del potere dal quale si propaga il dispiacere più profondo. La dissoluzione. È capace di annientarmi. Le prospettive intransigenti che non prevedono alcuna possibilità di analisi, deroga o ritorno, per timore e codardia, per assenza di coraggio e paura di dolersi, un giorno, si incarnano nemiche.

Non tutti siamo uguali, né possiamo pretendere di mutare la natura altrui. Non si andrebbe molto lontano.

Ma fare un passo cauto, e poi un altro più lungo, si. Avvicinarsi. Sentirsi. Accogliersi.

Azzardato, forse.

Ma ho imparato che la paura non porta trofei con sé. Né rilascia interviste. Le occorre soltanto la forza per corrodere.

Niente è come sembra.

Sparpagliata.

Iniziavo a sentirmi unita, piena, viva. Per me. Avevo imparato ad abitarmi, nella pace e nel silenzio.

Quando è successo di succedersi.

Chi l’ha detto che abbiamo lo stesso tempo di un altro? Che coincidano i ritmi, immediatamente e per forza? Quando è stato sancito?

È giusto concedersi ciò che è giusto sia concesso. È lecito, doveroso. Senza porsi freni, senza imporsi limiti.

Dispersa.

Naufraga dispersa.

Raccogliere cocci, pezzi, idee, sentimenti, è un mestiere che stanca. Sfianca, ti sporca le mani, fino ai polpastrelli. Ti strappa le viscere, ti aggroviglia le arterie.

Non è così naturale come dovrebbe, così salutare come dovrebbe. Logora.

Raccogliermi. Sono sfinita di ritrovarmi in ginocchio davanti a me stessa.

Rincociliarsi è un dovere inderogabile. Ma non può giustificare questo male.

Numero uno.

L’alba mi fa’ pensare alle partenze, ai saluti, alle urgenze.

Sarà perché quando parto dalla Sicilia, molto spesso mi ritrovo con papà in macchina, proprio all’alba. E ne osservo i colori gentili, mischiati fra loro e nitidi. Un caleidoscopio di immagini in testa, uno sguardo veloce a tutto. Si parte.

Sarà che adesso sento un vuoto allo stomaco, e ne avevo dimenticato la consistenza. Sopportabile, certo. Tutto si sopporta, tutto deve essere vissuto. Da nulla si può scappare. Men che meno dal dolore. Sarà che sento quei nodi alla gola presenti e perenni, mi tengono compagnia, non vogliono lasciarmi sola. Ma non ho firmato alcun patto io, né loro hanno chiesto il permesso di entrare.

Sarà che le certezze non esistono, e le guardi svanire e sfumare come fossero niente.

Anche questa volta, uno sguardo al cielo terso e alla sua alba, che mi chiama, mi richiama in qualche modo. Vuole la mia attenzione. Quando passo da questo posto, mi fermo nello stesso preciso punto, e lo guardo, il cielo. Sempre. Una sorta di appuntamento fisso, un rito irrinunciabile. Come se attendessi risposte. Come se il colore di quella giornata, diverso ogni volta, potesse davvero comunicarmi qualcosa. Mi parla, il cielo. E prova a farmi sentire al sicuro.

impressioni di settembre.

Tu che dormi sul mio letto. Piegato dai pensieri e dal sonno irriverente. Indifeso, rannicchiato. Un concentrato di purezza ho davanti agli occhi. Un’inedita bellezza.

Io che mi sento piena di difetti, enormi, dalle proporzioni gargantuesche. Svitata, abitata da mille spiriti in contraddizione, anime urlanti che cercano pace.

E senza nemmeno conoscerne la ragione, mi sento così. Piena e vuota in attimi adiacenti, continue sensazioni instabili e inferme. Ineffabili. Che fanno male, che infliggono pene. Al petto e al cuore.

Eppure mi sento ferma, presente, ci sono. Eppure non so fare di meglio.

Il tanto che basta si aggiunge al tanto che manca.

E rimango a guardarti.

Come lava, brucia.

Inerzie domestiche e urla soffocate dal silenzio (im)posto. Pagine vergini mai violate, afa e scirocco piovono.

Esili promesse di ogni sorta, dolcezza ineffabile. Verità scomode, fragili parole vorrebbero vestirsi di sicurezza e diventare inaffondabili.

Barcolla. Si muove, agitandosi.

Si è agitato anche il mare, il signore dalle vesti blu. Stanco di farsi vedere calmo e mostrarsi fin troppo docile, ha deciso di tornare indomabile, almeno per un po’.

Un momento, che sia uno e uno solo. Di lucidità. Vorrei.

Resistenza.

Indulgenza. Pazienza. Perdono. Riconoscenza. Coraggio. Verità.

Accettazione.

Né vincitori né vinti, si perde tutti qualcosa. Si attende di guadagnarne in sorrisi sereni. E pienezza.

Nessuna bandiera di resa appesa o legata, liscia o striata. Nessuno sguardo compiacente o compatente.

Niente e nessuno che possa alleviare, allietare, rendere meno insopportabile quel sapore aspro e strafottente che squarcia senza pietà le irrisorie speranze.

Non esistono colpe, ma probabilità infinite e chimiche inarrestabili. E arresti cardiaci. E sopraggiunte disillusioni.

Le previsioni non servono. Non aiutano. Non sono veritiere, mai. Tanto vale non farne, non impiegare ingenuamente il proprio tempo.

È triste rovinare, disallineare, rompere. Osservare la nuova realtà che si prospetta. E soffrirne. Abituarsi. E soffrirne ancora. Doversi abituare forzatamente. Rinunciare. Quanto dolore provoca ogni rinuncia? E quanto sforzo?

Lasciare andare.

30 luglio.

Emozioni disattese. O forse pretese, sperate, desiderate. Corpo silente. Assente. E domande che persistono. Quesiti irrisolti che rimbombano irriverenti. Supposizioni, congetture, rifiniture. Pensieri equivoci. Riflessi lenti. Occhiali appannati rivelano l’avvertimento, e solo poi, il sentimento. Del contrario. Annusare e rifiutare. Il fragore della lotta intestina che ti lascia esangue. Riversa. In una bolla di parentesi silenziose e suoni ovattati. Dedicarsi a se stessi. Una scuola non esiste ancora. Imparare a stare al mondo facendo da cavia per l’unica esistenza di cui si possiede il biglietto. Tremendo, forse crudele. Esperienza estrema la vita. Da cardiopalma.

9 luglio.

Come se conoscessi già il finale, senza aver letto l’ultima pagina, il punto che pone fine al cerchio, che chiude le cose, tutte le cose. La chiusa che consacra il nuovo stato attuale. Pangea e pantalassa strette in un lungo abbraccio che, sul retro, riporta la data di trattamento di fine rapporto, le noti dolenti e il suono dei sorrisi complici.

Di afa e ricordi.

Il profumo del glicine rampicante, che da bambina rapiva l’attenzione del mio olfatto. Naso all’insù e occhi puntati dritti verso il cielo. In una terra asciutta e brulla che sapeva di prigionia, ma che per amore di figlia, sopportavo e subivo. L’acqua limpida del mare che mi ha allevata, cresciuta, nutrita. E quando s’era fatta ora, imploravo papà perché mi facesse fare altri due tuffi. Ho sempre amato l’acqua e tutto ciò che la riguarda, non ne ho timore, mi affascina e mi solleva. Quando lo guardo, il mare, riesce a restituirmi a me stessa. Mi culla. Senza che io chieda un bel niente, lui sa, e provvede a rimettermi a posto.

Adesso sono adulta, ma non ho smesso di stupirmi. Se accadesse, sarebbe il macabro frutto della morte dell’animo. Ingresso nell’aldilà abitato dai vivi apparenti e camminanti, aridi e gelidi, gretti e vuoti. Eppure, ho temuto di non farcela, di aver, seppur inconsapevolmente, eliminato ogni abilità nel sapermi emozionare. Ho avuto, e a tratti ho ancora, la dannata paura di non riuscire a sentire. Credevo persino di aver disonorato una promessa a cui tenevo moltissimo. Non tanto per le persone coinvolte che avevano avanzato richieste e pretese, quanto per l’oggetto della promessa stessa. Un comandamento più che sacro, a cui avrei dovuto mantener fede, per me. Così è stato, così riesco ancora a sentire il sorriso di quella bambina, che riflette l’umanità e il candore che ha negli occhi, che ama e non avrebbe speranze in un’esistenza senza amore.

5 luglio.

Se mi fermo e mi soffermo, mi rendo conto che immobile non sono capace di starci. Nonostante, a volte, possa sembrare proprio così.

Se mi consolo con la pretesa di risolvermi, ciò che viene fuori è un mucchio di colori e sfumature mischiati con criteri oggi sfuggenti, domani precisi.

Se mi guardo, consapevolezze e disillusioni dormono insieme, angoli spigolosi e spigoli smussati dal tempo e da me si susseguono senza tregua. Esperienze e vissuti contorti, contorni sbiaditi e confini netti e decisi. E mai un segnale di stop, mai un divieto di sosta che contempli una pausa, una reiezione.

Bisogna cercare il silenzio a volte, rintracciarlo, gustarlo, contemplarlo. Sorridergli e persino ringraziarlo. Del tempo trascorso, di quello concesso e negato, di quello persino perduto, andato, svanito.

Indagare. Saper apprezzare quel silenzio fatto di pause lunghe e continue riprese, lacrime e sospiri, sguardi, sorrisi, voci e volti. I nostri.

Ognuno ha il suo tempo, ogni cosa a suo tempo, c’è un tempo per ogni cosa.

E tu?

Prenditi il tuo tempo.

è stata una rapina.

mi è stato sottratto qualcosa, con violenza e minaccia. con la mia partecipazione e collaborazione a tratti inconsapevole, sono stata derubata. reato continuato, che si è protratto e ha dilatato ogni cosa. tempistiche, dinamiche, strascichi. ha dissipato l’umanità che trattenevo negli occhi.

sento che mi sono persa qualcosa. che continuo a perderla persino adesso. temo di essere manchevole di qualcosa perché non sento di disporne ancora. mi è stato strappato via. dal petto e dall’anima.

ma so che torna, che può tornare. in fondo, ero e sono io. apparteneva a me. bisogna soltanto attendere e credere.

the deep blue sea.

Avevo scelto quello spettacolo teatrale senza riporre alcuna aspettativa. Sembrava una ragionevole alternativa per evitare eventuali delusioni e scongiurare il conseguente senso di insoddisfazione che mi avrebbe pervasa. Certo, da ciò che avevo letto sembrava essere davvero interessante e pieno di spunti di riflessione. Senza contare, poi, che quelle settimane sono state per la mia vita a dir poco decisive ed hanno portato a conseguenze incontrovertibili. L’assenza di pretese era banalmente dovuta al fatto che, conoscendomi, so bene che per emozionarmi bisogna lavorare parecchio. Bisogna scavarmi nell’anima e squarciarla. Così, sono andata. Da sola. Sorprendente tutto. La dinamicità delle situazioni, la crudeltà delle scelte salvavita, le inquietudini, le prospettive divergenti dei personaggi, le loro rispettive priorità che galleggiavano su acque di oceani distanti, divisi, paralleli. A tratti ho avuto i brividi, a tratti ho pianto silenziosamente. Ero visibilmente provata e sentivo di esserlo. Sapevo di esserlo. Quei dialoghi crudi sembravano per me. Quella storia di estremo dolore sembrava essere raccontata anche per me. Mi ha aperto porte, cancelli e mondi che non consideravo plausibili per il mio prossimo futuro. Si è rivelato provvidenziale, ma non nell’immediato. Con le dovute cautele imposte dal caso e la prudenza della verità. Ho ringraziato me stessa per aver scelto quello spettacolo, per esserci andata da sola, per aver ragionato e sentito il suo senso.

C’è qualcosa che dal caos germoglia.

Memorabile.

Sai di buono e di fresco, sai del mio gelato artigianale preferito, che se non è di quella gelateria faccio le smorfie e lo mangio con mezzo gusto. Che l’altra metà è andata a farsi un giro chissà dove.

Sai di fragole e limone, senza zucchero che a me non tanto piace. Dolce di frutta inzuppato di aspro acido citrico, quando ti spegni gli occhi e si annebbia lo sguardo insieme al sorriso. Che tu non lo sai, ma continui a splendere anche appannato.

Riesco a percepire e sentire le albe di un mondo nuovo, soltanto se ti guardo, se ti annuso, soltanto perchè so accorgermi e notare, mi so soffermare.

E mi fermo e soffermo su di te, che sei memorabile, irriducibile, incontestabile.

Te l’hanno mai detto che hai il sorriso parlante? Mi dici un sacco di cose, ogni volta che accenni un sorriso, se lo esprimi, o se resta a mezza bocca. Mi comunichi parte di te stesso, e tutte le volte si aggiunge un particolare, un dettaglio, che appunto sulla mia memoria. Scrivo, traduco, decifro, trascrivo.

Ovunque, in me, lasci tracce di te.

4giugno.

cuore massacrato dalle intemperie, brandello di anima vessata dalle sevizie, abbandonata sotto ad un cumulo di inferni stratificati.

riesco già a sentire il rumore che fa’, quel districarsi di conseguenze inesatte e discorsi catarifrangenti. riflettono e rinviano la luce alla sorgente, che sei tu, quella luce è la tua.

è sorprendente, ha dell’incredibile. eppure sei davvero tutto questo. eppure io non lo avevo chiesto o previsto.

e se il mio cuore non fosse più in grado di emettere alcun suono? se io volessi, se lo volessi fortemente, talmente forte da desiderarlo per me, per poi rendermi conto di non riuscirci, diventerei assassina?

logorio inesorabile e incessante che si fa’ tangibile. cascata salata scende e solca gli occhi.

sarò l’ennesimo errore?

27 maggio.

la tua assenza miete vittime. quante, non so affermarlo con precisione. non le ho contate, non mi sono soffermata. mi è mancato il coraggio.

si affoga, prima o dopo. ed è per il solo fatto di esistere, non ci si può sottrarre a questo macabro evento prescritto, studiato, previsto. non è dato sapere chi sia stato a stabilirlo, chi possa essersi divertito tanto con le emozioni altrui.

si annaspa, l’apnea sopraggiunge e annega senza tempo, i sensi fisici e mentali battono in ritirata. è niente. non è vuoto nè buio, semplicemente non è. nessuna dimensione, nessuna percezione, nessun passaggio o flusso di vita.

si riemerge, con una vita in meno e una in più. consapevolezze e angoli smussati, cicatrici evidenti e bandiere di resa, attriti appianati, conflitti presenti. adesso è. qui ed ora.

la tua assenza miete vittime, regala respiro, toglie il marcio.

23 maggio.

La mia camera con vista. La colazione in giardino. Il mio sonno sereno. Il mio sogno senza incubi.

Le catene che ho scelto, che voglio per me e che non ho intenzione di sciogliere.

La schiavitù consapevole e accettata. La parità ottenuta.

Sentirsi. E avvertire che il pensare per due diventa inevitabile automatismo.

Scoprirsi, fino a sapersi.

Conoscersi, fino ad impararsi.

Volersi, fino a scommettersi.

Croce e delizia per anime disgraziate e sgraziate, senza pudore né rossore sulle gote, che trasudano di un’audace sicurezza. Sorrisi puliti ma macchiati di una vita che non può celare il suo disappunto per l’essere mediocre e gli esseri vuoti. Similitudini e contrasti, e irriducibili compromessi. Lacrime e sangue di anime piene, irriverenti, che non hanno scelta se non quella di abbandonarsi a loro, fra loro, fra simili.

20 maggio.

Necessito di una nuova cosmogonia per rimanere attaccata alla vita. Una spiegazione accattivante, originale, attraente. Un racconto a cui dare credibilità. Che abbia uno scopo altrettanto verosimile.

Necessito di nuovi respiri di cui nutrirmi. Ingorda, finirò nel girone degli insaziabili di emozioni. Inguaribile, instancabile umana in attesa di vibrazioni inedite. E pulsazioni insolite, e sospiri inquieti.

Un solo passo indietro ed ero sola, braccia lungo il corpo e un corpo paralizzato, algido, intorpidito. Organi cristallizzati. Incapsulati in stalattiti di terminazioni nervose.

E poi, più niente. Ed è stato un istante di atarassia. Assenza di ogni turbamento emotivo. Svaniti i residui emozionali, le devianze, le incapacità.

Quiete.

Pace, dell’anima e insieme del corpo, adesso privo di qualsiasi forma e sembianza. Senza alcuna somiglianza.

Riflesso etereo. Puro respiro.

17 maggio.

Quel sottile filo rosso allacciato al mignolo della mano sinistra. Appeso, legato. Ora teso e prepotente, ora morbido e per nulla invadente.

Indissolubile legame affettivo, si rinnova e si ripropone sempre diverso.

Indissolubile dolore acuto, si riproduce con spietata precisione chirurgica.

Vincolo che non si scioglie. Promessa del cuore che si mantiene da sola, non hai alcun potere decisionale in merito. Si sorregge, si erge, spunta e ne avverti la presenza, l’essenza.

Ci sono dei giorni in cui le ore sono briciole. E giochi a nascondino con te stessa. Con quella che eri. Che sei stata, minacciata da follie incontrollate.

Ci sono dei giorni in cui ti rendi conto che le situazioni cambiano, le vite vivono vita propria, senza interpellare oroscopi o presunti indovini. Senza interferenze. Evoluzioni ed involuzioni si alternano confuse. Variazioni su tema.

Tutto succede, e non può che accadere.

Tutto è, e non può che essere.

Tutto sarà.

E la giustezza di ciò, inviolabile e sacra, indubbia rimane.

Ma quel filo rosso, seppur il mondo cambia ed è cambiato, resta.

Sei.

Hai colmato gli spazi vuoti, e i miei divari intercostali. Col tuo respiro, hai contribuito a dare nuova vita ad un cuore che, malato, rifiutava potessero esserci nuove albe. Stanco e affannato dai continui spasmi, decise di reimpostare la modalità del battito, per riprendere pian piano col suo ritmo cadenzato, e sensato. Così, si stava abituando all’ascolto, e al conseguente effetto di questo fenomeno, di cui aveva banalizzato la portata. Quasi fino a dimenticarla. E proprio durante questa ripresa, lenta e forzosa, autoimposta e ormai avviata, appare uno sguardo che mozza il fiato. Lo interrompe per poi restituirlmelo. E gli organi che credevo sepolti sotto la coltre dei punti di sutura, corrosi e a tratti decomposti, scomposti e smateriallizzati, hanno vibrato, di nuovo, in coro.

Hai contribuito a riabilitare un cuore, a farlo sorridere ed emozionare. E oltretutto, gli hai permesso di ricordare come ciò accadeva.

Non è dato sapere, ancora. Non bisogna bruciare nulla, adesso. Tappe, mappe, armi o vestiti di resa. Non voglio più macerie davanti agli occhi.

Voglio pazientare e godermi lo spettacolo.

Contemplazione. Partecipazione. Vita.

9 maggio.

A caldo, siete emozione. Tu e ciò che mi fai sentire. Una, cento, mille. E poi altre mille ancora. Che perdo il conto nonostante la mia attenzione sensoriale ed emotiva abbia raggiunto livelli da record. I miei cinque sensi puntati su di te, si mischiano senza confondersi.

A freddo, rimanete emozione. Fuochi d’artificio che rimbombano in notti vuote, interrompendone la monotonia. I miei cinque sensi rimangono sintonizzati sul colore dei tuoi occhi innocenti, sul calore e sull’odore della tua pelle candida. Sul suo sapore, così puro. E sul ritmo dei tuoi respiri lenti, sereni, a volte accelerati.

Sei energia. Autentica. Pulita. Fresca.

Contenitore amorfo di emozioni di ogni colore, che ho avuto l’onore di tenere fra le mani. Delicata e cauta, l’ho sfiorato con le dita e poi l’ho aperto piano, con coraggio e paura, facendone fuoriuscire qualcuna. E da oggi, attendo paziente di poter ripetere il rito.

Perché le cose belle hanno il passo lento, e le anime preziose vanno accarezzate con cura e dedizione. Vanno custodite.

Schegge.

Proiettare se stessi sugli altri. E procedere. Proiettare ciò che si vorrebbe vedere, ascoltare, desiderare. Proiettare ciò che, banalmente, si vuole volere. Come un gesto meccanico ma allo stesso tempo naturale e non gestito, non controllato. Riflesso automatico, suono metallico riprodotto ad oltranza. E spaventa.

Accendi la luce, per spegnerla un attimo dopo. Gioco di fiamme e venti, sei. Il segreto è mantenere quella luce costantemente accesa, proteggerla da sensuali minacce e fiati sospetti.

Mai mischiare la lana con la seta, errore madornale scambiare distrattamente i tessuti con dignità differenti. Principianti ed illusi. Giammai.

La distrazione, l’approsimazione, la superficialità. Peccati veniali, forse, e per qualcuno. Per altri, biglietto speciale d’ingresso per le porte dell’inferno. Caronte traghetta anime svuotate e sorridenti. Non immaginano ancora cosa vedranno i loro occhi ormai scarni.

Crisalide.

Crisalide nel suo stadio intermedio. In ogni cosa, attraverso gli intermezzi di uno spazio tempo soltanto mio, cucito sulla mia pelle. Fase predeterminata e definita a monte, che sconfina e si dilata, si spalma fino a corrodere le ore, mentre scende a valle.

Disorientata, inibita, avulsa dai contesti. A tratti quasi inappropriata. Intorpidita, turbata da febbre impertinente che conduce ad allucinazioni e determina nevrosi. Una sorta di delirium tremens nella sua fase acuta, generato dalla stessa sostanza del male, che ti s’attacca addosso senza congruo preavviso. Impotente.

Naso all’insù, sguardo assorto e distratto, mi fermo. Non ci penso più. Non adesso, non qui, non ora. Sparisce il tetro, si rischiara il cielo, si rinfresca l’aria. Ossigeno arriva ai polmoni ingordi, che ne vogliono ancora. Un’ inedita costante viene alla luce. E nasce, cresce e acquisisce vigore.

Come una crisalide, di nuovo. Intrappolata per pochi istanti ancora, pronta a sgusciare per divenire altro. Metamorfosi e rinascita, catarsi e luci.

18 aprile.

L’alternarsi delle sensazioni. Ritmate, precise, impeccabili. Mescolate a lacrime di non meglio identificata ragione. Ratio sconosciuta di gocce nate da madre ignota. Preferisce mantenere l’anonimato, e non si svela.

Il vuoto. Quel bisogno di tutto e di niente. Braccia spalancate come le porte della città antica, immortale, invisibile.

Quel richiamo ancestrale, arcaico, remoto. Quel riferimento costante al dolore e il ricordo di un’infima dose di felicità che hai soltanto assaggiato per uno strano scherzo del destino. Di cattivo gusto, decisamente.

Vieni a me. Sottoforma di respiri e anima, dolore e nuova consuetudine che nasce e si consolida.

Impotente. Irriverente. Insolente. Irriconoscente. Così mi sento.

Risvegli.

Il mondo che inizia la sua giornata, il sole che, timido, illumina le ombre. Un neonato che piange, una nuova canzone che diventa emozione, un aereo quasi pieno e nessuno accanto a te.

La donna dal cuore di cristallo pensa, sente, sogna. Aspetta.

A volte le attese premiano. Altre sconquassano gli ordini e rovesciano i regimi. E si susseguono colpi di stato, annunciazioni, rivelazioni, e si riuniscono le assemblee con l’arduo compito di prendere una decisione. Che sia unanime, fitta di consensi, convinta e coerente. La scelta.

Mi sono chiesta quale sia la mia, quale sia la più consona e adatta alla mia pelle, alle mie cellule di donna spaventata e insieme affascinata.

Tutto parte da qui, da noi. Non potrebbe essere altrimenti.

La salsedine impregna le narici, il sole d’aprile che scotta, la tua amica di sempre che ti guarda e si racconta. Sei a casa, ma aspetta un attimo. Prova a definire casa, a darle un senso e dei contorni. Dei confini, degli occhi, dei respiri. Casa è ovunque ti senti in pace col mondo, anche soltanto per un momento finito e senza tempo. Casa non è un luogo e non ha pareti, è un’inconfondibile sensazione senza nome. Un senso di appartenenza a quell’emozione, a quella pace interiore che ti pervade. Che si appropria di ogni centimetro di te. E ti ci aggrappi, con le mani e con le unghie che senti riempirsi. Pochi attimi, e per un attimo, sei presente a te stessa.

Hunger.

Dimmi come passi le notti. E come sogni. Di che sostanza sono i tuoi desideri, i puri ed insieme i proibiti.

Dimmi come accarezzi una donna e le fai l’amore. Dimmi quanto ti credi un essere umano. Raccontati. Sconfessati, ripudiati, raccogliti, aspettati.

Fatti guardare, svelati a me. Spogliati di dubbi e timori, e vecchi rancori. Lasciali scivolare via come si fa’ con qualsiasi cosa sia appartenuta al temuto passato. Offri il tuo spirito in pace.

Non più tombe e salici piangenti, non più invadente edera rampicante o ruvida erba orticante.

Abbiamo tutti una fame, palesata o mai rivelata.

Adesso dimmi, qual è la tua?

Fa’.

Riportami alla vita. Restituiscimi a me stessa.

Aspettami sul lato opposto della riva. Io, barca in attesa da tempi lontanissimi. Tu sei libero. Sii quel che vuoi essere per me. Marinaio, pirata, salvatore.

Ordina al mio sangue di scorrere, alle mie membra di contorcersi per poi risvegliarsi nuove, e sazia la mia sete.

Rendimi reale. Respirami dentro. Soffoca le mie paure e riempimi di te.

Who knows.

È vero, che poi succede di succedersi e l’attività moltiplicativa degli eventi non ha alcuna intenzione di cessare. Una meiosi continua, che destabilizza e disarma. Cellule impazzite che acquistano velocità e si rincorrono senza pause.

Chissà come si incrociano gli sguardi, e come sono le tue pupille dilatate, e poi ristrette. Chissà come sorridi. O semplicemente come ti muovi, e di che colore sono i tuoi movimenti. Che rumore fanno i tuoi passi. I tuoi respiri. Che suono ha il tuo battito cardiaco. Che odore la tua pelle, e il grado di calore che emana.

Chissà se esisti davvero.

E brucia la sete. Insieme alle coperte e ai desideri. E arde il fuoco.

E ti chiedi perché. Ma non è dato sapere. Per adesso, si può soltanto sentire.

Nei tuoi occhi legno.

Non sono mai stata una creatura della notte, io. Non faccio parte di quella schiera di bestie che preferiscono il buio alla luce. Non ho alcun problema a stare allo scoperto, senza l’ausilio di coperture e maschere. Ultimamente il sonno mi cerca mal volentieri, non sarò di grande compagnia per lui. Quasi mi schiva, mi allontana. Preferisce starsene in disparte, cosicché io possa rimanere sveglia, preda della mia stessa carneficina. E anche stanotte, quasi come fosse il nostro sacro appuntamento, si è ripresentato. Crampi feroci allo stomaco senza un apparente motivo, una ragione palpabile. Eppure io lo so, cosa sta accadendo. Ho ancora paura del mondo, più di quanta ne ricordassi. Temo la gente ambigua, quella che promette, che ostenta valori che non possiede, che concederebbe l’anima al demonio pur di apparire migliore di quanto realmente non sia, perché la parte sul copione ha ormai preso il sopravvento e con la realtà si è mischiata, confusa. Irrimediabilmente.

Quelli che si professano vittime, e si rivelano boia capaci di barbarie inenarrabili.

Quelli che dicono di amarti, e lentamente distruggono ogni cosa che vale di te. E appassisci, ti decolori, fino a spegnerti.

Quelli per cui sei la vita, ma poi ti fanno assaggiare la morte, che sa di acre e ti si imprime sulla lingua. E la marchia, la sporca.

I vili, i vigliacchi, gli astuti, i presunti reietti che si dichiarano ultimi. Gli usurpatori, gli usurai di emozioni, i mediocri. I perfetti testimoni del vero e del giusto, coloro che incarnano i valori del Cristo che tanto dicono di ammirare e pregare. I falsi, i codardi, i manipolatori, i cammufati d’altruismo ma tremendamente egoisti fino al midollo. I subdoli, gli approfittatori, i finti modesti, i bugiardi, i poco seri, che giocano ad imbrogliarti coi loro malefici, dichiarandosi costantemente innocenti al banco. Reo confessi mai, figuriamoci. Se addirittura sei fortunato, se ti concedono il privilegio del confronto, troveranno innumerevoli teorie che sposano la loro causa, e infinite concause che giustificano il concatenarsi di fili rossi che collegano le perverse spiegazioni che riescono a vomitarti addosso. E tolgono, tolgono, ti tolgono tutto. Casa, stima, sorrisi, emozioni. Ti lasciano nuda come un verme, vergognata come una ladra, schifosa come una malfattrice. Riescono, fieri e vittoriosi, a privarti di tutta te stessa. E non c’è cosa più crudele. Guardare mentre accade, e continuare a giustificare l’ingiustificabile.

Ero una tela bianca, vergine e in attesa. Anima pulita, di una purezza inaudita. Assenti le sbavature distratte e gli scarabocchi selvaggi. Nutrivo fiducia nel genere umano, negli occhi lucidi che sanno di verità, nei comandamenti osannati e nelle dita che ti sfiorano piano, come se fossi una creatura di cui avere rispetto. Una gemma preziosa di cui prendersi cura. Una fragilità indifesa da custodire, con un’anima da proteggere e un’ingenua innocenza da preservare.

Ecco perché non riesco a trovare la mia pace, e chiudere gli occhi serena. Mi hanno fatto male, così male che fa’ male ancora.

È notte, e temo ancora il mondo e i suoi abitanti.

Notturno.

Sancire nuove alleanze. Abolire vecchi paradigmi e creare nuovi dogmi. Istituire dettami da seguire.

Preghiere da recitare, e rosari da impugnare. Scrollando le briciole ed insieme le colpe. Scrostare i misfatti, perdonare le mancanze, le pochezze. E attendere che la lava rovente raffreddi i suoi rigurgiti, scavando lingue profonde che ora sono tane di terra concava. Rifugio per un’anima da ristrutturare.

Inedite versioni da scoprire. Solide mura da edificare. Stipulare patti, col sigillo delle parole mischiate al sangue.

E sentire la vita che scorre leggera, e scivola lenta. Paziente. Sapiente.

Oggi.

Oggi è iniziato un percorso.

Di catarsi, rinascita, consapevolezze.

Di controllo e gestione. Di valutazione.

Il mio cammino. Io, da sola con me.

Mi è stato chiesto di sintetizzarlo con tre parole. Beh, è arduo quando bisogna comprimere così tanto in pochissimi vocaboli. Sembra che non ci vada, che sia tutto troppo stretto per starci bene. Ma c’ho provato. Ho sorriso. E non una lacrima.

Spesso finiamo per avere ciò che crediamo di meritare. Spesso finiamo col darci ciò che una parte di noi crede sia abbastanza. E questo ha un nome. Accontentarsi.

Spesso tendiamo a svalutarci, e giochiamo al ribasso. Senza dare credibilità a noi stessi. Quella giusta, quella esatta. E non il di più. Sarebbe un’esagerazione, un surplus che non interessa ai modesti e ai saggi. Un’eccedenza non necessaria.

Oggi muoio, e rinasco di nuovo.

Oggi è stato rendersi conto di essere stata a stretto contatto con l’oblio, col buio più accecante. Con la vaghezza e la nullificazione. Ci siamo abbracciati, e tenuti stretti per un tempo che sembrava non avere una determianzione.

Si, oggi è stato un po’ come morire.

E poi mi sono sentita fortunata. Devo rendermi conto di quanto lo sia sul serio. Qualcuno mi ha protetta. E chiunque sia stato, per sempre gliene sarò grata.

Oggi, ho realmente realizzato di aver ricevuto per la seconda volta il dono della vita.

28 marzo.

E poi durante le fasi più svariate della giornata, mentre sono impegnata in qualsivoglia attività, succede che visualizzo, incolpevole, il suo volto. Prepotente si pianta davanti ai miei occhi, autoritario. È un’agonia. Sento il cuore stringersi nel petto. Atrofizzato. Disidratato. Raggrinzito. Lo sento spegnersi poco alla volta, tento di opporre resistenza ma ogni sforzo si rivela infruttuoso. I battiti sospesi, gli occhi annebbiati, le mani gelide. Mi sembra quasi di sentire la sua voce, e vedere le sue labbra allargarsi dolcemente in un sorriso che ferma il mio tempo. E che prima lo sanciva. Lo scandiva.

Sarà che avrei voluto un epilogo meno mortificante e più dignitoso. Perché si tratta di persone, e spesso questo dettaglio cade in desuetudine. La posta in gioco è alta, ma si finge di dimenticarlo, e gli egoismi disonesti prendono il sopravvento. Diventano i padroni indiscussi e non sentono ragioni. Forse avrei preferito un dialogo, un confronto adulto, fatto di onestà e nutrito di parole sincere. Quantomeno quello. Una fine seria, da persone serie. Non sarebbe cambiato alcunché, certo. Avrei sentito gli schiaffi colpirmi le guance. Quello schiocco inconfondibile, boato assordante che umilia il mio essere umana. Il mio provare emozioni. Il mio essermi donata senza pietà.

Normalizzare. Disciplinare. Questo serve, è necessario.

Intenerita dalla mia stessa dolcezza, mi guardo e mi dico che siamo esseri sostituibili. Rimpiazzabili. La consapevolezza di questa nuova verità è sconvolgente. Un comandamento che annienta ogni spirito vitale. Una violenza.

Mi accarezzo, da sola. Mi consolo.

Horror vacui.

Secondo il primo dei cinque assiomi della Scuola di Palo Alto, non si può non comunicare. È pertanto impensabile ipotizzare una qualche forma di non comunicazione.

Anche nei silenzi, nei sospiri, negli sguardi voltati altrove. Nei gesti soffocati e nemmeno accennati. Dietro alle scelte, alle assenze, alle indecisioni, ai rinvii. Persino insieme alle giustificazioni, alle farse e alle originali elucubrazioni. Anche lì si nasconde, vigliacca, l’ombra della comunicazione.

Adesso stiamo comunicando. Pure adesso che stiamo in un altro tempo, così distante e necessario. Il tempo del non detto, il silenzio doveroso e dovuto. Esigibile. Coattivo. Il momento del tempo dedicato. Affaccendato. Occupato. Esiliato.

Si.

Non per forza bisogna dirsi, parlarsi, guardarsi, attraversarsi.

Così alla fine mi è toccato trovare ciò che soltanto io stavo cercando. E ti ho stanato. E poi identificato. Letto. Spiegato. Parafrasato. Declinato. Coniugato. La sinestesia che confonde le mie sfere sensoriali. L’ossimoro più temibile. La mia parte per il tutto, sintesi della sineddoche perfetta. Io, la parte infinitesimale definibile. Tu, il tutto definito.

Siamo tutti tangibili. Possiamo essere toccati. E possiamo toccarci. Siamo tutti frangibili. Possiamo essere rotti. E romperci. Ed io mi sono frantumata, con questa punteggiatura storta e le dita indecise che tremano ancora.

Rimane il sapore proibito, che la memoria ricorda.

E non mi resta che attendere.

25 marzo.

Far digradare le cose. Tutte. Lente, le sento scendere dal loro piedistallo, lo stesso sul quale le avevo riposte una ad una. Con dedizione e attenzione le avevo piazzate, e con altrettanta naturalezza ora le lascio scorrere via. Via da me. Faccio scivolare ogni bene ed ogni male. Piano. Che il tempo è importante. Il ritmo. Adesso posso lasciare che abbandonino il mio corpo, le mie membra stanche, la mia anima corrosa. È qualcosa di simile ad una vittoria. Una resa vincente. Un arrendersi all’evidente e desiderare gli occhi sorpresi. Innocenti.

Le priorità si ergono imperanti ed imperative. Cantano le sirene tentatrici, e non potrei sottrarmi alla voce soave e terribilmente seducente.

S’illumina. La notte, con i suoi incubi neri e le macerie e ciò che resta di me.

S’illumina. La luce ambarata rischiara le pareti timide. Mi agito e fremo di vita.

Dimmelo due volte.

Una necropoli intera, ho visto.

Suoni confusi. Magnetici, metallici. Rumori mischiati ad urla disperate. Grida di anime, perse, riverse.

Una grotta buia, e l’odore di sangue che paralizza le narici. Il sapore ferroso invade la lingua e si incastra in gola.

Sfiorarsi. Le mani, le dita, i cuori. Rassicurarsi gli spiriti.

Dimmi che non è successo niente, dimmi che non ci può succedere niente. Ma dimmelo due volte. Così che io possa crederci davvero.

Ti prego, portami via da qui. Prendimi la mano, afferrala piano. Che non la lascio più. E stringimi, che ho bisogno di te. Accarezzami, dolce. E portami ovunque, ma basta che sia con te.

Sproloqui, cadute e fiamme.

Lasciami stare, perché non ho colpa nel vederti cadere.

Dice così una canzone che ti piace particolarmente e che mi facesti ascoltare. Che memoria spaventosa ho, sciocca anche me. Già. Infinite volte ho ripetuto queste parole come un mantra per rassicurare me stessa. Per farmi forza. Perché non avevo colpe se ti stavi rovinando con le tue mani e manie, e rifiutavi di continuo il mio aiuto, sminuendo e fingendo che fossero questioni di poco conto. Soffrivo terribilmente nell’affrontare certi discorsi, urlavo dentro, ma mi dicevo che il fine unico era che tu stessi bene. Una volta per tutte. Così dopo saremmo stati felici. I miei soliloqui trasudavano di amore per te, di speranza e volontà e progetti, ma non hai mai saputo cosa fartene. Mai. Sono stata costantemente ignorata. È assurdo se mi soffermo a riflettere. Quanto mi sono spesa per te. Mi sono svenata, ho buttato sacche di sangue per prospettarti soluzioni e conforti. In una parola, concretezza. Ti ho messo difronte agli occhi le tue paure, sentivo di doverlo fare. Per te. Non dovevo sentirmi migliore, ti stavo semplicemente amando di un amore inspiegabile, totalizzante, pronto a tutto. E contemporaneamente distruggevo me, e davo a te la possibilità di finire l’opera. Se non mi fossi presa cura io di te, chi lo avrebbe fatto? Mi sentivo impotente. E in parte responsabile. Concorso di colpa il nostro, binomio mortale. Ero terrorizzata dall’idea di lasciarti solo con te. Perché soltanto io ti conosco.

Oggi la risposta a questo quesito ha un nome ed un cognome che non sono i miei. Chissà cosa accadrà. Non è più roba mia, tu non sei più roba mia adesso. Ti piaceva quando lo dicevo, che nessuno avrebbe dovuto avvicinarsi. E invece no, sei stato proprio tu a permettere a qualcuno di farlo, di insinuarsi come un serpente tentatore. Mentre io dall’altra parte d’Italia attendevo un amore mai nato. Del resto, hai ceduto. Non ti hanno di certo costretto. Nessuna minaccia, nessuna giustificazione plausibile. Lo hai voluto tu. Hai voluto questo e non me.

Per cui, col cuore allagato di pozzanghere, e le mani vuote, mi ripeto ancora che non ho colpa nel vederti cadere. Perché cadrai, ma non ci sarò più io a sorreggerti. Salto io, salti tu, ricordi? È finito quel tempo. Non è mai esistito. La fossa l’hai scavata tu, ed io ci sono scivolata dentro.

Cercami lì, all’inferno, fra le anime perdute. Fra le fiamme incandescenti, dannata.

Allucinazioni.

Sei troppo bello per rimanere da solo. Sarebbe un peccato. Sei la cosa migliore che mi sia successa. Sei la persona più importante della mia vita.

Ma che dici, cosa stai dicendo.

Piangevo, e ti accarezzavo il viso. Su quel letto, che adesso si è già abituato ad un’altra compagnia. Fissavo quella parete, blu e nostra. Riesco ancora a sentire la tua pelle sotto le mie dita. Cambia pure colore a quel muro, fallo scegliere alla tua professoressa artista. Mi provoca un senso di schifo e ribrezzo il pensiero che lei debba vedere cosa abbiamo fatto insieme. Pensare che si muova in quella casa, che si lavi in quella doccia, mi fa’ morire dentro. Mi sale la nausea, il senso di vomito. Ma a te che importa, che cambia. Tu sei già sereno e sorridente, tra un viaggio all’estero e le sue gambe.

Mi chiedo cosa ho creduto di aver visto. E cos’era davvero. Com’è stato soltanto possibile. Non ho mai assunto droghe in vita mia, ma ero allucinata. Stregata, una pazza visionaria. A subire ed accettare ogni forma di violenza ed umiliazione che mi hai riservato. Ed ogni volta, ero pronta a giustificare e perdonare, e la volta successiva arrivava una delusione più grande ancora. E tutto si ripeteva identico, ciclico. E tu saresti in grado di dare qualcosa a qualcuno? Ma scherzi? Gli egoismi erano celati e nascosti benissimo, nessuno potrà mai comprendere. Perché nessuno sa. Perché nessuno ha visto. Ma un giorno verranno a galla. Vedrete. Oh si. Hai offeso me, il mio cuore vergine e la mia anima bianca hai sporcato e scarabocchiato senza ritegno. Senza vergogna né imbarazzo. Hai denigrato un sentimento autentico. Ti sei riempito la bocca di parole di cui non conosci il significato. Ma il rispetto non si insegna, non si può insegnare. Senza cautele ti sei impossessato di tutta me, coi tuoi silenzi e le tue follie. Ed io ho assecondato situazioni, pretese, giustificazioni e scuse, pur di starti accanto e non abbandonarti. È emersa una parte di me che non conoscevo e che ho detestato, che non mi appartiene. L’ esasperazione. Mi hai portato a questo. Mi sono disperata per te, annullata. E grazie che sono esaurita, se non mi sentivo amata né mai mi ci sono sentita, se tutto con te é stato un’altalena confusa e sbilanciata, come potevo fidarmi delle tue parole svuotate?

Te lo dissi quando ci siamo conosciuti, che la barca l’avresti lasciata tu. Che te ne saresti andato tu. Che avevo la fottuta paura di non essere abbastanza importante per te. Il dio Kronos mi ha dato ragione. Ma prima di lui, le conferme me le hai mostrate tu.

Col cuore scalzo mi hai lasciata.

19 marzo.

Piove. Fuori e dentro me. Che rimango aggrappata alla speranza di poter donare a qualcuno il mio amore più profondo. Che si lasci amare, che mi regali se stesso nel modo più naturale possibile. Che senta di doversi abbandonare fra le mie braccia per costruire casa insieme. Che si senta grato per avere me che gli dormo accanto.

I residui non sono diventati ancora trasparenti. Non riesco a sentire niente che non faccia male. C’è tanto amore là fuori, guarda. Peccato che non sia mai per me. Il destinatario prescelto sono gli altri, è così da quando ne ho memoria. E mi succede di sentire scorrere l’amore dentro ai sorrisi altrui, negli occhi altrui, fra le mani che scivolano e i baci che si rincorrono. Il principale motivo a causa del quale non riesco più a leggere i libri. Mi paralizzano, mi ibernano il cuore. Mi mortificano. Sento il rifiuto di commuovermi con emozioni che non appartengono a me. Non riesco a sopportarlo, proprio no. Ho fame di vita io, ho fame d’amore. Quello vissuto in due, e non in solitaria. Mi accontenterei di una dolce tortura, mi concederei consapevolmente l’ennesima dose di dolore. Del resto, ho un eccellente talento a proposito dell’arte del sapersi accontentare. Voglio soltanto credere e sperare di aver imparato la lezione, la più crudele che potessi attendermi.

La verità è che, quando si ama senza riserve né condizioni, quando le mura di cinta si sgretolano, insieme a loro si azzerano le difese. Ecco, in quello stesso istante stiamo facendo, senza neppure saperlo, una concessione di potere. Stiamo cedendo parte della nostra sovranità ad un altro, che dovrebbe fare tesoro di ogni singola porzione di noi e della nostra anima. Quando lo scambio è stato effettuato, prima fra tutte si erge una conseguenza. Massiccia, dalla quale indietro non si torna. Abbiamo consegnato nelle mani dell’altro un arsenale, con armi e munizioni illimitate. Abbiamo concesso a quella persona il potere di farci esattamente ciò che vuole. Fare di noi e per noi ciò che ritiene opportuno. Delle due l’una. Se sarà oculato, attento, delicato, sincero, leale, nulla quaestio. E sarà una meraviglia quotidiana. Viceversa, ci ritroveremo prima colpiti, poi feriti e alle fine sconfitti. Corpi morti distesi in attesa dell’estrema unzione.

Papà.

Domani è la festa del papà.

Io ho un papà esemplare. Dagli occhi chiari e cangianti, che vanno dal verde all’azzurro, e la pelle rosea e candida. Un padre che mi ama come solo lui può fare. Che la mattina mi chiama e mi dice “Avevo voglia di sentirti, amore mio. Sai quanto mi manchi?” E il mio cuoricino ogni giorno, nel sentire quelle parole, si rompe sempre un po’ di più. Perché non sono una figlia perfetta, né lo sarò mai. Perché cerco di tutelarlo dal male che ho subito, perché un genitore soffre il triplo se vede star male il proprio figlio. E vorrebbe assorbire il suo dolore, pur di farlo sorridere ancora. Gli ho risparmiato le mie tragedie, le mie umiliazioni, ho raccontato bugie e mi sono finta serena quando dentro morivo. So recitare discretamente, al telefono. Anche se mi trema la voce, riesco a prenderlo in giro. Lui non lo sa, ma lo faccio perché lo amo troppo. Mio padre mi porta al mare, abbiamo un posto che è solo nostro. Ci vado soltanto con lui, è il nostro rito estivo. È stato lì che gli ho parlato di te. Ed è lì che ho portato anche te. “Sono stata qui con gli unici due uomini della mia vita.” ti dissi, mentre ti amavo con gli occhi lucidi. Quel luogo per me ha sempre avuto un’importanza senza pari, non posso permettere ai ricordi viscidi di rovinarne la percezione. Sarebbe ingiusto e mio padre non lo merita. Papà è un veterinario mancato, devo a lui la mia passione per i cani. È lui che mi ha fatta crescere circondata dai loro musetti, dalle cucciolate e le poppate artificiali quando erano necessarie. È lui che, quando torno in Sicilia, mi sveglia dolcemente sussurrando “Amore mio, il caffè è pronto.” Da lui ho ereditato alcuni modi di fare o di reagire. “Sei precisa a tuo padre.”, mamma osserva sorridendo. E lui si inorgoglisce. Siamo molto diversi, abbiamo due teste diverse e spesso le nostre visioni delle cose divergono. È sensibile come un bambino. E non ama alzare la voce né litigare con me. Quando discutiamo, soffriamo tremendamente entrambi. Ma i nostri attriti sono infrequenti, per fortuna.

Mio papà è bellissimo. Sono fiera di essere sua figlia, sono orgogliosa di essere riconosciuta per strada come ‘la figlia del professore’. Ti chiedo scusa papà, per le parole che non ti ho mai detto, per le reazioni spropositate e per le menzogne. Scusa papà, perché ci vediamo tre volte l’anno e non possono essere mai abbastanza. Grazie papà, per i sacrifici che, con immenso amore, continui a fare per l’unica figlia che hai, che ti prometto cercherà di essere migliore di quanto non sia stata.

18 marzo.

Non volevi fare di fretta come hai fatto con me. E ti sei già fidanzato. Curioso, sei veloce ad innamorarti. Non volevi macchiarti degli stessi errori con lei. Caspita, devi tenerci davvero tanto. Ma li stai commettendo. È solo che non lo sapete ancora. È ridicolo. Ho riso. Di una risata amara che sa di conoscere l’unica verità. È sorprendente come gestisci i sentimenti. Rettifico, come credi di gestirli. Parti in quinta e ti professi innamorato, generando illusioni atroci in chi quel sentimento lo sente davvero. Chissà da quanto andava avanti. Chissà perché per le mie domande, durate un intero mese, sfoderavi prontamente le risposte decise. Squallido. Con una tale disinvoltura hai detto migliaia di idiozie. Ed io abbandonata e domata, ho continuato a farmi affettare come fossimo dal macellaio. E ieri, un tonfo al cuore. Per caso, assolutamente per caso, ho scoperto che una mia amica conosce un tizio che vive dove vivono i tuoi. E li conosce anche. Che persone meravigliose, i tuoi genitori. Quanto bene sento per loro. Quanto amore avrei dato loro se soltanto avessi potuto. L’odore di quella casa, il rumore del mare. Le passeggiate in spiaggia con tua madre, che è così dolce. Che mi raccontava di quando eri piccolo, ed io incantata le chiedevo di continuare. E tuo padre, adoravo ascoltarlo parlare. Un uomo di una cultura, una bontà e una saggezza incredibili, che se non mi fossi innamorata di te, mi sarei innamorata di lui. Te lo dicevo sempre. Un giorno, mi guardò e mi disse: Laura, guarda quanto è bella mia moglie. Mi sono emozionata. Ho creduto che sì, che esiste davvero quella magia irrefrenabile. E, piena di ingenuità ed innocenza, confidavo nel fatto che anche tu mi avresti guardata con quegli occhi pieni di amore e fedeltà immortali. Proprio come ti ho guardato io, dal primo istante in cui sei apparso. Ma le apparizioni, si sa, possono essere frutto di fantasie ed immaginazione. E tu non sei vero, sei un personaggio inventato.

Ritorni felici.

Oggi è un giorno importante. Oggi è tornata da me una delle mie persone. A cui voglio un bene profondissimo e sincero. Un’amica che era andata via, che aveva avuto le sue ragioni per allontanarsi da me, pur soffrendo. Abbiamo accusato entrambe la mancanza l’una dell’altra, ed entrambe abbiamo continuato a chiedere di noi agli amici in comune. Per un anno e più. È stata dura. Privarsi di lei, della sua durezza e del suo sorriso. All’amicizia ho sempre attribuito un valore sacro. Sono stata selettiva, da quando ero una bambina. E ho degli amici invidiabili, meravigliosi, che adoro. Credevo non sarebbe mai successo, credevo di averla persa. Eppure oggi lei è tornata da me, per me. Pronta a starmi accanto come prima. Com’era sempre stato. Altro che “leccesi falsi e cortesi”. Io sostituirei i primi con i loro conterranei “baresi”, ma questi sono dettagli. Ho pianto dalla gioia. Mi sono commossa leggendo le sue parole, mentre camminavo sui miei tacchi incredula e felice. Spero di poterla vedere presto, ho voglia di riabbracciarla e recuperare il tempo in cui siamo state forzatamente lontane.

All’amicizia, la forma di amore e condivisione più pura che esista. Che non conosce limiti e barriere, distanze ed errori. Orgogli e pregiudizi.

16 marzo.

Qualcosa si è mosso, scuotendomi. Forte e chiaro.

Analizzare. Razionalizzare. Decifrare. Ridimensionare. Attribuire agli eventi il corretto senso. Vedere realmente ciò che è. Senza interferenze dettate dal cuore. Ascoltare le verità che soltanto io conosco nel profondo. Perdonarsi.

Essere presente a me stessa, come non lo sono stata mai. Pretendere di più, ma da me. Curare la mia anima. Placare le fitte e leccare le ferite. Con dedizione e pazienza. Col desiderio di sentirmi viva, ancora. Per me. E soltanto in seguito, per potermi donare a chi sente di volersi donare a me.

Laura sei bella. E questa bellezza non può e non deve essere sommersa dai dolori. È uno spreco.

Emergere. Rinascere. Rivivere.

Interrogatori.

Una delle piazze più conosciute in Italia. Ed io, seduta davanti alla meraviglia di un luogo senza tempo. Siena immortale. I liceali che non sono andati a scuola, ridacchiano e mi infastidiscono. Tento di lasciare indietro le loro voci. Scivolano. É venerdì. E quando arriva la coda della settimana, mi ingrigisco come il cielo di questa mattina. Sento i pensieri farsi pesanti, materializzarsi. Si induriscono fino a diventare pietre. E mi chiedo. Cosa tu non abbia trovato in me. Cosa non ti sia bastato di me. Se non hai dato alcuna possibilità concreta a questo rapporto. Non hai voluto, è scontata la risposta. A volte le situazioni sono estremamente più banali di quanto non vorremmo credere. Ed io cerco ancora risposte, che nessuno potrà darmi. E mi affanno.

Non ho niente da dirti.

Mi hai ammazzata con quelle parole prive di qualsiasi barlume di luce.

É questo il mio difetto. Voglio spiegazioni. Pretendo di ricercare e trovare le cause ad ogni costo. Non rimango in superficie. Non sono mediocre, io. Non mi accontento di pseudo risposte secche senza alcuna motivazione. Scavo, scavo, fino a sentire le mani esauste e prive di forze. Come hai potuto svilirmi in questo modo angosciante. Come hai potuto essere talmente egoista da decidere di ferirmi consapevolmente. Più e più volte. Questo non posso perdonarlo.

Ho sempre riscontrato estrema difficoltà nel credere di poter essere o diventare importante per qualcuno. Gli unici amori puri e disinteressati che ho vissuto e continuo a vivere, sono quello dei miei genitori, e quello dei miei amici. Le mie due famiglie, di cui sono orgogliosa. Nessun altro mi ha regalato mai niente. E a me non piacciono i regali, lo sai. Non sono quel tipo di persona che tiene a questo genere di cose. E poi tu non ricordi nemmeno il giorno del mio compleanno. Come potevo anche soltanto ipotizzare che ti ricordassi di rispettarmi. Allora e sempre.

(t)essere.

Fila la lana, fila i tuoi giorni. Illuditi ancora che lui ritorni. Libro di dolci sogni d’amore, apri le pagine sul suo dolore.

Così cantava Faber, così mi sento io. Penelope, che fiduciosa attende mentre tesse la tela. E quando, con la sua luna generosa e i suoi diamanti incastonati, cala la notte, lei si dimena veloce a disfare ciò che ha ricamato il giorno. Non intende sposarsi con uno dei suoi pretendenti, non è animata da alcun sentimento che non sia per lui.

E tu, tu ritornerai dalla tua Itaca? Per una vita intera ti ho aspettato. Ho atteso te. Per un’esistenza intera ho intraveduto uno spiraglio, e poi ho visto i tuoi occhi. Scuri e lucenti. Sei stato emozione. Sempre. Imparare a sostenere il tuo sguardo non è stata impresa semplice per me, che sconoscevo la schiettezza dell’amore. Impossibile era trattenere la commozione.

Tu, lo spettacolo più bello del mondo. Io, unica spettatrice con in tasca il biglietto.

No, non smettere. Che mi restituisci la vita quando sorridi. Dopo secoli di coma emozionale, la mia ri-animazione sei stato. Tu. La mia devozione. La mia resa. La mia schiavitù.

Seven.

Sette le cicatrici che riesco a contare sul mio corpo. Le prime due linee sugli occhi, che hanno sopportato varie anestesie e perfetti non appariranno mai. Una, quasi invisibile, sul dorso del piede destro. Andavo alle elementari, ma conservo quel ricordo. Le altre ricoprono l’area compresa fra la mano e l’avambraccio sinistro. Tagliavo il pane, ero liceale. La cerniera del giubbotto di pelle chiusa di fretta che mi ha tranciato la carne, primo anno di università. Della penultima non ricordo i particolari. Tutte frutto del mio essere maldestra e goffa. Tutte. Meno che una. Ho dimenticato di far sparire l’arma del delitto. Si intravede ancora il sangue pesto. Scuro. Mi sono odiata per questo. Mi sono vergognata di me, della me che ho rischiato di diventare. Io che sorrido sempre. Ho toccato il fondo e sono sprofondata, intera. L’ho attaversato e lui mi ha inghiottita. Risucchiata.

Le sette meraviglie del mio mondo. Se fossero state davvero imperdibili, non saresti fuggito. Avresti avvertito un richiamo, una voce flebile ma perfettamente riconoscibile. Si sarebbe insinuata dentro la tua testa, fino a pervadere ogni pensiero. Avrebbe nutrito le tue giornate, ti avrebbe fatto agire nel rispetto di me. Mi avresti percepita e trattata come una persona. Un essere umano.

Siamo tutti esseri umani, sai? Tutti con lo stesso vestito di fragilità. Nati nudi e soli. Hai giocato questa partita credendo di essere l’unico seduto al tavolo. C’ero anch’io, mi spiace dovertelo precisare. Dovremmo avere più attenzione. A sfiorare gli altri. Più lavoro di cura, nel trattamento delle anime sensibili. Che la delicatezza non è mai eccessiva.

Mai mi hai vista. Mai mi hai guardata. Mai mi hai attraversata. Mai protetta e coccolata, rassicurata, curata. Mai nel profondo mi hai considerata.

Brucio.

Saluti e baci.

Rileggere il brano dell’Iliade che narra dell’ultimo saluto fra il prode Ettore e la moglie Andromaca. Di recente mi è capitato di leggerlo per caso. Le ragazze avrebbero avuto verifica di epica, per cui ho fatto ripassare loro i passi già studiati e ho letto ad alta voce questo, che non avevamo ancora esaminato insieme. Sedute sugli scalini col sole in faccia, distratte dalle urla dei ragazzi di terzo liceo che trascorrevano l’ora di religione poco distanti da noi. Leggevo assorta ed ipnotizzata. Conoscevo quel saluto straziante, quel brano così impregnato di dolore. Valori, ideali contrapposti ai sentimenti. L’onore che supera l’amore. L’essere cittadino, figlio e guerriero che sovrasta il ruolo di marito e insieme quello di padre. Non c’è nulla da fare. Ettore combatterà, fino a sacrificare la sua stessa vita. Disposto a tutto pur di salvare la sua patria. Distrutta e piangente, Andromaca disperata tenta di convincerlo a restare al suo fianco, cercando invano di corromperlo con la presenza del loro unico figlio, ancora in fasce. Niente. Ettore combatterà. È qualcosa che deve fare.

Mi ha turbata quel brano. Quello strazio disumano. Ho visto i volti inondati di lacrime ed i sorrisi trasformarsi in lapidi senza fiori. Acre odore di disfatta, presagio di morte. Buio. Fallimento di una famiglia che, cadendo, osserva lo scempio della distruzione. Tutto crolla sotto colpi impercettibili.

Ho pensato alle volte in cui ti ho chiesto di restare. Tremando, perché amata non mi sono sentita mai. E con la voce interrotta dai singhiozzi. È stato molto tempo fa. Poi hai deciso di andare via. Ma mai completamente. Mai davvero. Torni e di nuovo, la seconda disfatta settembrina. “Non fare mai nulla ai tuoi capelli. Sono stupendi.” Il tuo compleanno passato in silenzio, sommersa da me stessa e dal ricordo ossessivo di te. Il tuo odore che non mi lasciava in pace. Arriva novembre e vieni con lui. Incredula e felice, io. Scettica. Ma con l’amore grande nel cuore. Bimba piena di speranza dagli occhi lucenti che aspettavano soltanto di incontrare i tuoi. Ma…sorpresa! Infondo, c’era da aspettarselo. Anno nuovo e poco dopo tutto si ripete identico a prima. Con la non trascurabile differenza che riguarda novità blasfeme. Agghiaccianti. Bastarde. Che potevi risparmiare a te stesso e anche a me. Ho perso, ho fallito. Mi hai fatto perdere del tempo prezioso. E un amore meraviglioso. Per starti dietro, è finita che ho perso pure quella parte di me a cui tenevo di più. Per questo amore, ho combattuto orgogliosa. In nome di questo intrepido amore, ho lottato. Sola, senza paura e senza un compagno.

E tu dimmi, dove sono finiti i fantomatici valori che hai millantato a gran voce, dichiarando fiero di esserne provvisto? Dove li hai tenuti nascosti per due fottutissimi anni?

Rituali.

Ieri, in tarda mattinata, sono uscita di casa per fare una passeggiata. Adoro camminare, ma ieri si è trattato di una drastica imposizione. Un senso di soffocamento interiore mi ha pervasa. I nodi alla gola continuavano a moltiplicarsi imperterriti. Immobilizzata, lastra gelida senz’anima né forze. Preda di pensieri offuscati e ricordi vividi che lentamente mi stavano consumando. Stavano abusando di me. Per strada una calca italica eterogenea, cadenze di ogni parte. Sole timido ma presente.

Avevo già deciso quale sarebbe stata la mia meta. Ci vado in chiesa, ogni tanto. Da più di un anno ormai, mi concedo questi dolci riti di solitudine. Preferisco i luoghi raccolti e gli orari insoliti, così da trovarci davvero poche anime. Non so esattamente cosa sia la fede, ma qualcosa la sento. E mi basta. Cerco conforto, e non me ne vergogno. Cerco ascolto, affetto, e delle braccia che possano accogliermi senza remore. Protezione. Ho chiesto aiuto, per me. Ed anche per te. Che tu venga illuminato, che possa ritrovarti soffrendo, perché se non soffri non ti trovi, ed è ora che tu lo comprenda. Ho chiesto luce per rendere questo percorso più nitido e sopportabile, vorrei almeno intravedere il sentiero. Ho chiesto di ritrovare le energie che si sono prosciugate troppo tempo fa, un po’ perché le hai succhiate tu, un po’ perché anch’io ho giocato con me. Distratta, sbadata. Ho palleggiato incauta col mio cuore, ricoprendolo di grinze e sangue. Ma era forte di te. Pieno di te. Così mi sono abbandonata e ho accettato ciò che doveva accadere. Seduta su quella panca di legno, a sussurrare, ho pianto piano. Quella di piangere in silenzio è un’arte sopraffina che non si impara sui manuali, è un talento che riconosco di possedere.

Volente o nolente, mi ritrovo ad accettare questa condizione. Fatico a rassegnarmi al pensiero che non tutto ciò che accade, si delinea poi come vorremmo. Devo arrendermi agli eventi incontrollabili, che si stagliano prepotenti prescindendo e straripando dalla nostra portata. Gli sforzi disumani non mutano le sorti. L’amore non basta. Oggi lo so. Forse davvero l’amore non può salvare le persone, eppure il mio cuore l’ha sentito. Forse le rocce non si scelgono né si sciolgono. Forse i miracoli sul serio sono rassicuranti ed illusorie frottole, che affliggono i deboli, reclusi fra le gabbie costruite in una notte.

Ad occhi aperti.

La scorsa è stata una di quelle notti da dimenticare. I demoni erano presenti, e si facevano sentire a gran voce. Ululavano, ridevano di me, del martirio che patisco.

C’era Buer, il grande presidente dell’inferno, che con le sue cinquanta legioni si è divertito a torturarmi. Sogghignava, agitava le sue lunghe zampe di cavallo per spaventarmi e confondermi. I suoi ruggiti erano tuoni feroci.

C’era anche Ipos, che, crudele e diabolico, ha deciso di farmi riprovare i tremori del passato, mi ha prospettato il devastante presente e, alla fine, si è addirittura premurato di fornirmi qualche indizio sul futuro che sa bene mi terrorizza.

Curioso, mancava Beleth, colui che ha il potere di riunire le persone in amore. Sarà stata una banale coincidenza?

Ho subito una tirannia stanotte. Sono stata saccheggiata, rasa al suolo, incendiata dentro. Strega condannata al rogo per aver commesso puri peccati d’amore che macchiano l’anima inderogabilmente.

L’uomo non osi riunire ciò che il destino ha diviso. A questo ho pensato. Alla Moira contrariata e stufa. E intanto tremavo e sentivo i sospiri farsi scanditi e profondi. Mi hai abituata ai ritorni, confusi e mai decisi ma sempre ritorni erano. Per cui adesso mi ritrovo a vivere in due universi antitetici, ma entrambi dai colori sbiaditi. Perdo l’equilibrio, funambolo sulla corda traballante. I piedi non si accordano, sono indecisi e non proseguono spediti. Aspetto te, che forse non tornerai. Ma soltanto questo riesco a fare. Mi nutro ancora di te. Mi dico che se dovesse accadere, sarebbe la volta definitiva, un trionfo. Ma poi aggiungo realista, che se non hai avvertito l’esigenza di me, l’urgenza atavica della mia presenza, indubbiamente non sarò stata e neppure sarò abbastanza importante da eleggermi come tua compagna di vita. Delle due l’una. Tu vivi le situazioni a compartimenti stagni. Sei un maestro in questo. Insegnalo alla professoressa, così il vostro sarà uno scambio equo.

Io sono stata chiusa in un baule e gettata nel mare. Non galleggio neanche, sei stato così meticoloso da legarmi accuratamente ai polsi pesantissimi macigni. Così sprofondo, sola. In quel mare di cui sei figlio.

Mensilità corrosive.

È l’inizio della fine. Lo sento. Riesco persino a vedermi, come fossi entità esterna a me stessa. Estranea, aliena. Mi osservo, basita. Un corpo inerme e senza vita, immobile e ripiegato su se stesso. Accartocciato, sgualcito. Mi hai sciupato il cuore. Lo hai reso più fragile di come lo hai trovato. Annichilito, schiacciato. Ha esalato l’ultimo respiro da ventotto giorni, una gestazione straziante. Non so bene se sia una nascita o se una morte. Tuttavia, di qualsiasi evento si tratti, è alquanto necessario, inevitabile. Esattamente come te.

Salii in terrazza, il giorno prima della mia partenza. Adoravo quella vista. Era magica per me, e familiare. Ho assaporato fra le lacrime il mio ultimo tramonto da casa tua, che dal primo istante ho sentito anche un po’ mia. Empatia con i luoghi, mi piace definirla così. Mi accorsi di non essere sola. C’era Nuvola accanto a me, che, teneramente, mi chiedeva le coccole. Non gliele ho negate, i cani sono animali che amo smodatamente e fanno parte di me. Quelle stesse carezze tu non sai regalarle, perché non senti di amare. Quante perdite ho subito, quante notti ho urlato. E mi sono sentita sbagliata. La abbracciai, mentre le lacrime erano ormai un fiume impazzito. Inarrestabili, dispotiche. Ricordo ancora le parole che pronunciai sottovoce, mentre il cielo si faceva violaceo e tinto di arancione qua e là. “Non mi vuole più, Nuvola. Non tornerò più a casa.” Un ultimo sospiro e scesi le scale. Rotta nel pianto. Sommessa. Sottomessa ancora una volta e costretta ad accettare decisioni imposte dall’alto, che non collimavano col mio volere, con la mia legge del cuore. Tu ovviamente non ti eri accorto di nulla. “La? Ma dov’eri? Credevo fossi in bagno.” Sono trascorsi quasi sei mesi da quel pomeriggio di settembre. Un intervallo così lungo che mi spaventa terribilmente.

Tu sei così presente. Ancora. Ed io così precaria. Sola.

L’amore non si elemosina. Si dona, si regala con gioia e meraviglia quotidiana. Non può essere ignorato o dosato, se è, è incondizionato. Non voglio sentirmi zingara svestita e claudicante, che fra le mani tiene un amuleto arrugginito e un cuore malato, striato di cicatrici. Che chiede ai passanti un briciolo del loro tempo. Io non voglio più le briciole, io pretendo di essere amata come so che amare si possa. Ti sono grata perché, per mezzo del tuo non amarmi, ho compreso questo. Io non mi risparmio, per nessuna ragione, sono in grado di darmi e di dare, e questo mi fa’ onore. In mezzo a difetti ed errori, ciò che non ho mai sbagliato è aver amato senza schemi o dettami. Aver agito avendo rispetto del mio amore grande, di te, aver considerato te sempre.

Dell’amore e della cenere.

Sono io che lascio te.

Ti lascio andare alla vita, ti lascio senza la mia protezione e le mie nenie. Il mio grembo adesso si contorce vuoto. Piange. Ti lascio vivere sapendo che la tua è una patetica recita, che preferisci ignorarti. Del resto è la scelta più semplice. Così agli occhi dei più va tutto bene. Certamente. Ma io lo so. E come me, nessuno sa. Io lo so che non sei in grado di certe cose, che nonostante la tua ostinazione, arriverà il giorno in cui tutto sarà sommerso dalla cenere. Tu stesso l’hai nascosta per una vita intera, sapientemente e sotto ogni cosa. Sotto il tavolo, dietro ai vecchi mobili, persino sotto il tappeto rosso della stanza da letto. Fingendo di non sapere, ma consapevole di non voler approfondire. Sei rimasto in superficie, mediocre e maledetto. Carnefice e vittima di te stesso. Da lei sarai risucchiato, da quella stessa cenere, cellula dopo cellula, organo dopo organo. Ed io già ne muoio. Mi rattrista quella macabra visione. Mi rallenta i battiti del cuore. Sopraggiunge furtiva e mi spezza le ossa. Le sento sgretolarsi e diventare polvere. Io sono macerie adesso. Avresti dovuto ascoltarti, leggerti, attraversarti. Ma tutto questo nessuno lo sa, a loro fai vedere altro. Io invece ho visto tutto. E sento il peso sulla mia schiena che è così fragile. E sopporto i dolori di due anime dannate che si sono inseguite per le strade di Edimburgo. Si stavano cercando.

Non serbo rancore, non ne sono capace. Non potrei fare altro che amarti in silenzio, senza dietrologie o aspettative. Il mio fine ultimo eri tu.

Avrei voluto essere quella senza la quale non saresti stato più lo stesso, non la tua occasione persa. Avrei voluto che con me ti fossi sentito completo, allineato, riempito. E fra le mie braccia a casa.

Così, sono io che ti lascio alle tue cose. Ed in punta di piedi, senza far rumore vado via. Veglio su di te, sarò la mano sugli occhi prima del sonno.

Abbi cura di te, che io non posso più farlo. Non me lo hai permesso, hai preferito impedirlo.

Dicitur.

Dicevi che ho un cuore grande. Ricordo quando lo hai detto per la prima volta, in macchina, col sole che ti intimidiva il viso e quegli occhi scuri che mi tengono compagnia quando riesco a chiudere i miei. Già, è così grande che non sta nel petto. È talmente grande da contenere tutti i tuoi drammi. E cullarli. Avrebbe voluto farlo, quantomeno. E in effetti lo ha fatto fino al plateale rifiuto dell’atto finale. Poi, avrebbe continuato imperterrito senza timore di avvertire il minimo dubbio o ripensamento. Non avrebbe tentennato, altrimenti tutto sarebbe stato fuorché amore. Soltanto un facsimile, un mediocre surrogato che non convincerebbe neppure il meno scettico.

Mi hanno detto che ho affrontato due anni di logoramenti e strazi che molta gente non arriva a conoscere in una vita intera, che non mi sono voluta tutelare né proteggere, che ho preferito tentare di salvarti piuttosto che preservare me stessa da questo male.

Mi è stato chiesto perché, durante ogni fase tribolata e anche adesso, che sei andato via. Le mie risposte sono sempre state univoche. Ci sei stato tu prima di ogni cosa. Sopra ogni cosa.

Oltre ogni ragionevole dubbio ti amo.

Oltre ogni ostacolo ti amo.

Oltre ogni dolore passato, presente e futuro io ti amo.

Le soluzioni le ho cercate, persino inventate. Davo loro la caccia con ogni mezzo e strumento a mia disposizione. Il mio nobile sentimento, che è stato la mia unica forza, gli aerei presi di nascosto, i pomeriggi trascorsi a leggere e rileggere per capacitarmi. Per capire come poterti aiutare. Aiutare e guarire prima te, prima in funzione del tuo bene, poi del nostro. Non ho mai ipotizzato l’opzione della fuga. Non mi sarei tirata indietro e non l’ho fatto. Lo avevo promesso a me stessa, e a te. Che mai ti avrei abbandonato. Chiunque avrebbe coscientemente deciso di sparire, di fuggire perché erano dolori assicurati. Io no. Ed io non sono speciale, è il cuore che fa’ la differenza. È lui che sul serio differenzia le persone a questo mondo. Perché possiamo stare ore ed ore a discutere fino a prosciugarci le fauci. Ma quando agiamo in modo scorretto e crudele, le parole non sono che false credenze. Rimangono, de facto, amorfe, essenze diafane e immateriali pronunciate senza scrupoli. Ma io no. Non sono andata via, non ti ho voltato le spalle neanche quando sarebbe stata l’unica azione giusta per me. Io sono della razza di chi rimane a terra. Io faccio parte di quelli che restano.

Chissà cosa avrà da dire lo psicologo appena proverò a spiegargli chi sono. Chissà se un giorno riuscirò ad amarmi sul serio. Chissà se fra mille tramonti qualcuno che non sei tu mi raccoglierà dal marciapiede su cui mi hai buttata come fossi carta straccia. Se sentirà di desiderarlo a tal punto da correre il rischio. Se lo vorrà così fortemente da prendermi per mano ed imparare a viverci, davvero.

Vivere, non sopravvivere.

In fondo, l’amore è per i coraggiosi.

Ripercussioni di marzo.

Riflettevo su un dato estremamente semplice. Ci priviamo di qualcosa o qualcuno quando lo reputiamo non necessario, non indispensabile, indifferente, superfluo, o addirittura nocivo. Ecco, ci siamo. Alea iacta est. Tu sei stato per me decisione irrevocabile, esigenza pura e naturale, desiderio irrefrenabile, amore cosmico, necessità primordiale. Principio primo indimostrabile, l’assioma che di me provava l’esistenza ed insieme l’essenza. Eppure sei sempre riuscito a fare a meno di me. Alla fine, sei finalmente arrivato alla conclusione: hai deciso di non volermi per te. Si, sono costretta ad usare gli avverbi di tempo, quelli che detesti, che esprimono definitività. Eppure tu non sai scegliere, non sai decidere, non sai fare le cose come, invece, andrebbero fatte. Non sai assumerti la responsabilità di una presa di posizione vera, concreta, cosciente e attiva. La forma passiva la preferivi, sempre. Era una costante spaventosamente reiterata.

Riflettevo sulla sensazione di abbandono, sul suo concetto stesso che diventa sintomo, e si materializza, manifestandosi. Sul significato di certe espressioni, che la dignità alle parole non si toglie. Risulta dannatamente e miseramente scorretto. Oh si, lo è. Non è consigliabile pronunciare e dar sostanza a determinate parole, se non se ne ha rispetto e non se ne conosce il reale senso. Lo fanno gli inguaribili egoisti.

Quella sensazione di vuoto che ti strappa le viscere, dove ti sei annidato e hai riposato sereno. Per due anni il mio ventre il tuo nascondiglio, nido materno dal tepore di casa al quale non riuscivi a rinunciare. Rassicurante, presenza divenuta certezza incrollabile, per la banalissima ragione che sapevi di trovarla lì, senza dover chiedere o pretendere. Salda e immortale, lì soltanto per te. Rappresentazione e raffigurazione del concetto etereo dell’esserci. E poi? Appare un nuovo angolino decisamente più allettante. Che il mio non era abbastanza, non lo è stato mai.

Curioso. Sorprendente. Come la vita possa subire repentini e ravvicinati cambiamenti, uno immediatamente susseguente all’altro, e ancora abbandoni ed illusioni sistematicamente inferti. Meraviglioso. Quando offri l’anima tua senza chiedere alcunchè, e vieni mortificata, gettata giù dal Taigeto come fossi niente, come se non valessi niente. Insignificante. Nuddru ammiscatu cu nenti.

Cui prodest?

Mi rendo conto di censurarmi, a volte. Nonostante abbia promesso a me stessa di dirmi sempre la verità, di essere autentica, mi ritrovo al buio sul letto, con la faccia nutrita di lacrime, da sola con me, ma a raccontarmi bugie. Mi dico che passerà, che io stessa passerò, che questa versione di me smetterà di esistere. Perché sono stanca di provare dolore. Poi mi ascolto urlare, e sento il mio corpo che si annoda a se stesso per proteggersi da questo male indicibile. Le corde vocali che soffocano i singhiozzi nati e morti sul cuscino. E mi sento vuota. Stuprata nell’anima. Col cuore striato di smagliature e bucato da pallottole spietate che hanno lasciato visibili e senza vergogna i fori d’entrata e d’uscita. Tu, però, sei entrato così dentro che mai uscirai da me. Sarebbe impossibile. La profondità che con la quale ci siamo scavati e letti le anime, nessuno potrà tentare di replicarla. Presto te ne accorgerai. Il sangue col quale ci siamo sporcati l’uno dell’altra, nessuno potrà lavarlo via.
Quando si ama come ti amo io, sai già che un fenomeno simile non potrà ripetersi ancora, esattamente identico a prima. Potrei amare di nuovo, ma non sarà con la stessa intensità con cui amo te. Incondizionatamente. Perché tu sei totale.
Ed io, con te e per te mi sentivo onnipotente, animata da una linfa vitale inedita. Una fonte inesauribile di forza che ha sorpreso anche me.
Gli occhi. Mi bastava guardarti negli occhi per sentirmi in pace col mondo, per sentire di aver trovato il mio posto nel mondo. Eri tu. Sei sempre stato tu. Mia risposta, mio tutto.
Amare è darsi. Donarsi e offrirsi. Denudarsi da ogni paura e fragilità, sapendo che puoi lanciarti a caduta libera. Sai perfettamente che affronterai demoni terribili, ma in due tutto si può. Sei cosciente di ciò che ti attende, e non temi l’ignoto. Porti pazienza, una pazienza esemplare e sicura. Fiera. Sei pronto a sacrificarti, a sopportare, e spontaneamente ti fai carico dei dolori dell’altro, senza aver firmato alcun modulo che attesti il consenso. Quello è implicito, è tacito. È libero. Ed io ho scelto liberamente di amarti ogni giorno della mia esistenza. E altrettanto liberamente ho scelto di rimanerti accanto nonostante tutto. Nonostante te. E le sofferenze atroci tue e mie che ho dovuto patire, e che sono certa non comprenderai fino in fondo, né adesso né mai.
Sei tu a non avermi scelta. Voluta. Desiderata. Ad ogni costo e come una volta soltanto accade nella vita. Sei tu che hai intenzionalmente deciso di uccidere quella bambina dagli occhi verdi che pendeva dalle tue labbra e viveva di te. Sei tu che hai annientato le speranze, che non hai lottato per un noi in cui non hai creduto nemmeno per un istante. Ti sei divertito a formulare arzigogolati ragionamenti, discettare e ragionare. Cui prodest?
Hai accoltellato un corpo esangue, giustificando ogni colpo sferrato. Senza pietà. Senza ritegno alcuno né rispetto di un sentimento innocente e talmente puro da far commuovere i passanti distratti.
Omicidio doloso con annesso vilipendio di cadavere, i reati di cui ti sei macchiato.
Io non mi sento più, non sono più capace di sentirmi né ascoltarmi.

Venerdì.

Ogni venerdì sera, da diversi mesi ormai, guardo l’orologio e sintonizzo il mio udito sul canale dell’attenzione massima. Spero di sentire il citofono. Spero di aprire la porta e trovarti lì. Bello e drammatico. I due aggettivi che più ti si addicono.

Quando non riesci a rassegnarti è da impazzire. Quando immagini che non è su un aereo per te ma in terrazza, a letto, in giardino, con una persona che non sei tu, è da impazzire. Quando sai che non ti vuole affatto ma che ti ha illusa innumerevoli volte affermando il contrario, è da impazzire.

Giustificazioni, scuse, contingenze, ragionamenti contorti senza né capo né coda. Parole. Discorsi. Futili e inutili, sciocchezze. Tempi, intervalli, richieste. Rinvii, che l’amore non sopporta. Rimandi e posticipazioni. Che chi ama non può tollerare oltre ogni limite, oltrepassando la decenza. Sempre e comunque. La pazienza e la speranza ostinate che continuano a tenerti in vita. Una persona non può essere messa perennemente in attesa. Messaggio gratuito, il cliente da lei chiamato non è al momento raggiungibile. La preghiamo di richiamare più tardi, grazie. No. Una persona non può essere dimenticata. Svilita e mortificata ogni singolo giorno. Posteggiata su un comodino a prendere polvere, lasciata lì a subire intemperie e rimanere inerme e disponibile. Disposta a perdere se stessa pur di donarsi. Disposta a dimenticarsi di sè per salvare e guarire un’anima che non è la sua.

Come ci si può dolere di un’assenza, se mai si è conosciuta presenza?

Non regge. Non sta in piedi. Non esiste. Non è.

Ma oggi è venerdì. E una parte di me non potrebbe far altro che aspettare te.

Programmiamo le ferie per guardarci negli occhi.

Ogni notte mi rimetto insieme. Pezzo dopo pezzo. Raccolgo i brandelli insanguinati, cauta. E sento i vetri stridere quando fanno contatto.

Rotta. Frantumata. Spezzata.

Mi raccolgo, da sola.

Bisogna avere cura delle fragilità. Delle purezze. Bisogna maneggiare con estrema dolcezza i cuori, specie quelli che faticano a battere. Bisogna essere onesti, leali, delicati. Coraggiosi. Abbandonare gli egoismi. Ricordarsi che ogni azione od omissione comporta ineluttabili conseguenze. Che addirittura hanno il potere intrinseco di ferire qualcuno.

Non un qualsiasi qualcuno. A meno che non si tratti di un qualcuno qualsiasi.

Un giorno forse tutto mi sarà chiaro. Apparirà una logica, una spiegazione, una dimostrazione. Questo dolore un giorno mi sarà utile. Il dolore come scopo. Fine ultimo di un fine più nobile. Forse. Strumento con cui giungere ad una forma di comprensione più alta e consapevole.

Ma adesso è presto. Adesso ti amo ancora. Adesso sei qui con me. Posso poggiare la tua testa sul mio petto e accarezzarti mentre ascolto il tuo respiro.

Adesso è notte. E io ti sento ancora.

Firenze, Stoccarda.

La parola del giorno è “inamovibile”. Qualcosa che non può essere rimosso. Curioso, non trovi? Non può essere scacciato, eliminato. Proprio come te. Che passeranno gli anni ma la vita me l’hai cambiata comunque, in ogni caso.

Inevitabilmente. Irrimediabilmente. Imprescindibilmente.

Io su un treno, tu su un aereo.

Ti immagino. Riesco persino a vederti. Sono giorni che, in modo assolutamente indipendente dalla mia volontà, scorrono incessanti e prepotenti immagini davanti ai miei occhi. Vivide, come se potessi sfiorarle, fino a toccarle con i polpastrelli. Alcune riguardano eventi che conosco alla perfezione, altre situazioni che presumo e che si insinuano fino a consumarmi le notti e corrodermi l’anima. Che ormai ha smesso di credere e sperare.

E non ricopro il ruolo di semplice spettatrice. Mi spetta la parte, quella più ambita, la protagonista di un’orrenda pellicola scadente.

E sento le lame moltiplicarsi. Taglienti. Affilate. Implacabili.

Chiedo pietà. E pace.

Non riesco a fingere che tu non esista. Tu esisti. Non riesco ad ignorare che tu viva, altrove e senza di me. Tu vivi. Non riesco ad accettare che tu abbia deliberatamente deciso di continuare senza me al tuo fianco. Per l’ennesima volta hai preferito altro a me. Non hai scelto me. Non mi hai sentita dentro di te.

Esigenze. Tu sei sempre stato la mia.

Discettare con lo zio, emozionandosi.

Una delle ultime sere dello scorso dicembre. Un caro amico di famiglia, come di consueto, è stato a cena da noi prima della mia partenza. Dopo aver chiacchierato e preso un po’ in giro mamma e papà, ha avuto inizio il nostro rito. Quando ero bambina, uno degli argomenti principe era la mia passione per la mitologia. E quando la cena era pronta, si andava in bagno a lavare le mani, e così giocavamo con l’acqua e i suoi schizzi. Lo ricordo ancora.

Adesso mi definisce una donna, si rivolge a me come si fa’ fra grandi. Ma se devo dirla tutta, sin da quando ne ho memoria, la gente adulta attorno a me mi ha sempre definita e trattata come “più grande e matura” rispetto al dato anagrafico che non poteva mentire.

Lo zio ed io iniziamo a leggere delle poesie. In realtà sono io a leggerle, lui mi chiede di farlo a voce alta. Mi ascolta. Così finisce per darmi la sua versione dei fatti, spiegandomi le sensazioni che suscitano in lui quelle meraviglie, e perché lo sconvolgono. Continua ed io lo ascolto rapita e visibilmente ipnotizzata. Mi racconta cosa prova quando le legge, come negli anni ha mutato pelle e come quelle parole hanno a loro volta cambiato essenza con lo stratificarsi dell’esperienza e dell’esistenza stessa.

Arriva il mio momento, ma si sa, non sono esattamente quel tipo di persona che ama sentirsi al centro dell’attenzione. Io sono modesta, fin troppo. Io mi sottovaluto, non credo di essere meritevole di tutela. Io non mi amo.

Mi chiede cosa sento. Mi guarda dritto negli occhi e mi parla come sai che poche persone al mondo ti parleranno in tutta la tua vita. Diretto, franco, spiazzante. Dice che sono estremamente sensibile, che mi vede commossa. Che mi percepisce scossa. Che sono molto altro rispetto a ciò che faccio vedere ai più. Che non mi devo perdere, che mi devo esprimere e non posso affatto silenziare ciò che sono e che nascondo dentro. Che non devo abbandonarmi ma prendermi cura delle mie passioni. Che posso diventare chi voglio, e che non appena avrò compreso quale sarà il mio posto nella società, dovrò assolutamente dedicarmi a me, sul serio. Perché non sono come tutti, perché non sono per tutti. Perché sono speciale e ho un’anima pura. Autentica.

Trattenevo le lacrime a fatica. Le sentivo raccogliersi nella sacca oculare che stava per straripare. Lo zio non poteva sapere, non sapeva cosa stavo passando. Cosa da anni mi devasta. Quali sono i miei dolori e insieme i miei timori. Lo zio mi ha sentita. Mi ha letta dentro senza consultare la legenda a piè di pagina. Ha letto e decifrato i miei occhi, i miei tremori.

Ero disarmata. Nuda. Senza scudo né armatura. Scioccata. Ho sentito il carapace sgretolarsi, e con lui le mura di cinta farsi polvere. Sgusciata e strisciante come una larva. Inerme. La mia fortezza era crollata in un frangente.

E tu, tu non hai nemmeno voluto ascoltare. Ed io, ci tenevo tremendamente.

Considerazione. Quel minimo sindacale e legittimo che ognuno deve pretendere di ricevere. E prima ancora, di darsi.

.

Smarrita. Senza meta mi aggiro fra i reparti di un supermercato troppo grande per me, decisamente indifesa. E mi sento uno scaffale vuoto. Quanto mi divertiva fare la spesa insieme. Non so neanche cosa comprare, e quando comincio a perdere la fantasia in cucina.. beh, l’allarme rosso inizia ad ululare. Sei già stato con lei al supermercato? Sa già che le bevande ghiacciate non sono di tuo gradimento, e che la notte bevi tantissimo? Sa che detesti le olive e proprio non riusciresti a mangiarle? O che, se vuole prepararti una gustosa spremuta d’arancia per colazione, deve prima ricordarsi di togliere la frutta dal frigo altrimenti fai fatica a berla? Hai spiegato anche a lei come si chiarifica il burro? Le hai già mostrato l’esperimento per verificare la viscosità dei fluidi? Si è accorta dei tuoi infiniti modi di sorridere? Si è sul serio resa conto di chi sei? Nah. Conosce le tue paure, i tuoi mostri, i tuoi dolori inenarrabili? Se ne farà carico oppure preferirà desistere e vestire i panni della mediocrità?

Annientata. Mortificata. Umiliata. Defraudata del diritto d’amore.

Il corpo non smette di lamentarsi. Fitte allo stomaco a tempo sincopato. Voragini di vuoto desolato e buio che più buio non potrebbe essere raccontato. Scalpita il petto. Lo sterno sembra contenere a fatica un tamburo che non smette di gridare la sua melanconica canzone.

Voglio urlare. Voglio sparire. Chiudere gli occhi e non sentire più niente.

Resiliente e resistente a questo male che mi è capitato senza che lo avessi richiesto.

Mi hai fatto provare un amore che mai avrei creduto immaginabile. Mi hai fatto collaudare un dolore così crudele da squarciare un cuore disabile e martoriato.

Settimo giorno.

Una parte di me ci vuole insieme. Anime felici. Abbandonate. Salvate. Pronte a tutto.

Un’altra spera che tornerai fra le mie gracili braccia, che per te sono diventate granitiche. Per cullarti e proteggerti dai mali del mondo. Ecco, lei desidera il tuo ritorno, ma questa volta senza dubbi né timori. Con la consapevolezza e la sicurezza di avermi scelta. Davvero. Per sempre.

Un’altra ancora si ripete una crudele cantilena che ha il sapore acre dell’obiettiva realtà. Che hai preferito la slealtà e il non rispetto. Che hai ceduto al solletico perché io non ero abbastanza. Ma del resto, quando mai lo sono stata per te. La mia più efferata paura ha preso forma e colore, si è concretizzata assumendo sembianze di ogni genere, finanche umane. E quest’ultima sofferenza io non dovevo riceverla. Non questa.

Oltre i danni, la beffa.

Oltre i dolori feroci, i danni atroci.

L’amore era quell’unguento miracoloso che curava e leniva ogni ferita. L’antidoto, il conforto, il sollievo dell’anima. Il coraggio come agio del cuore, pace ritrovata che accarezza gli occhi prima dell’arrivo di Morfeo e scaccia i demoni infernali.

Dal primo istante ho sentito che eri tu la mia persona, quella per cui avrei sradicato il cuore dal petto senza dover contare fino a tre. Quella per cui sacrificheresti parte di te per essere migliori insieme. Perché il mondo è un posto spaventoso, ma con te era diventato una scoperta emozionale.

Oggi, fra i tormenti che affollano le mie sinapsi, alterando la comunicazione, una domanda fa’ da padrona, fiera e col tridente in mano : come posso essere stata una presenza di passaggio e talmente marginale, se ci siamo imbrattati le pareti del cuore e scambiati gli organi come accade una sola volta nella vita?

Memorie.

Ricordo quel giorno spietato, le ultime ore, gli ultimi sguardi. Ricordo e non vorrei ricordare affatto.

Scusi, dottore? Si può cortesemente generare un’amnesia totale, difensiva e autoinflitta? Della mente e anche del cuore, giusto per essere sicura che funzioni. Penso a tutto io, sia gentile.

Ricordo il viaggio verso l’aeroporto, la mia voce strozzata dalle lacrime che i miei piccoli occhi non smettevano di partorire. Parlavi a stento, tu. E mi ascoltavi piangere senza proferire parola. Senza consolazione mi sentivo, con e senza di te. Era una splendida giornata, come potrei non averne memoria. Ma nemmeno il sole del Salento riusciva a riscaldare quel che rimaneva di me. Che ero già sola da un pezzo, e stavo per accorgermene un’altra volta.

Piccino, andiamo al mare, vero? Guarda che sole.

Smettila. Per favore.

Rifiutavo maledettamente l’idea di ciò che stava per succedere. Non riuscivo a crederlo possibile né reale. Di nuovo. Eri lì, ma non per me. Eri lì, ma senza esserci. Eri lì, ma se la professoressa avesse fatto l’appello, saresti risultato fra gli assenti.

Nervosamente controllavo che ore fossero, a cadenza regolare. Sapevo che il tempo concessoci stava per scadere. La mezza clessidra si stava per riempire del tutto.

Aeroporto. Di nuovo. Un saluto da velocista e sei sparito mentre salivo per le scale mobili. Mi giro a guardarti, imbocchi l’uscita senza voltarti.

Così sei fuggito. Da tutto, anche da me.

Non mi hai mai chiesto di restare. Non mi hai mai chiesto di continuare ad essere casa tua. Mi hai lasciata andare e mi hai abbandonata, su quelle scale grigie e stridenti.

Baamm, immagina un rumore sordo, un buio assordante.

Acefale responsabilità.

Ti porterò a Lisbona.

Voglio custodire le tue fragilità.

Ho paura che arrivi qualcuno e ti porti via da me.

Così parlò il mio zarathustra, generando in me un’ascesa emozionale.

Ed io, dapprima incredula,

ascoltavo basita come fossi il mio messia.

Atto di fede che prescinde dalla vista. Verbo rivelato vestito di sacralità.

Di casa era l’assoluto abbandono e assenti, invece, le pretese di egoismi.

Senza indugiare un istante, accogliente e indifesa mi sono donata,

ma,

in principio era il verbo,

mentre adesso

si è ridotto in un grottesco scempio.

Apprenderti.

Volevo impararti a memoria.

E di te imparare i movimenti precisi, gli sguardi fugaci, i gesti imperfetti.

E poi ogni respiro, ogni sussulto, ogni spasmo.

Così da poterti contemplare e persino leggere e decifrare.

Di te desideravo imparare ogni centimetro del corpo e ogni porzione dello spirito.

Così da poterti riconoscere anche ad occhi chiusi, in mezzo ad una stanza senza rumori.

E quando il mondo si sarebbe spento,

quando tutti sarebbero diventati sconosciuti privi di nomi e di volti,

tu saresti rimasto la mia luce.

Io, qualcosa di simile ad un faro, tu il suo leggendario guardiano, ricordi?

A memoria ti ho imparato, con una naturalezza spaventosamente innocente, disarmante. Pura.

E mentre ero dedita ad impararti e perdermi,

tu,

tu mi hai imbrigliato il cuore e la memoria.

Così oggi sei il mio solo sapere, il mio solo sentire.

Così.

Audace.

Disinibito ma discreto.

Spavaldo, orgoglioso e spregiudicato.

Tutto questo sa essere il mio dolore,

e con lui, l’amore.

Fiero.

Senza scadenza né riserva alcuna.

Sento, forse anche troppo,

e troppo soffro.

Abdicare non potrei,

le sembianze di un’anima bugiarda assumerei.

Risparmiarmi non posso.

Le emozioni non rinnego. E sento. E soffro.

Fuggire come una codarda non è opzione contemplata.

E così rimango, in mezzo al mare,

sola e annegata.

Di notte.

Fortuna che le lacrime non lasciano solchi nè segni visibili. Non mi riconosceresti, una sconosciuta ai tuoi occhi sarei. Sconosciuta dal viso deforme, scavato, insanguinato.

Fortuna che le lacrime lasciano le loro orme laddove non si possono scorgere. Sul cuore, gelido e accartocciato. Sul petto, scarno e ormai vuoto.

E le mani, chiuse mai. Aspettano ancora le tue.

Dissanguata, mortificata.

Rasa al suolo, annientata.

Esiliata e vagabonda.

Più randagia che mai.

Questo il destino mio, questa la mia perpetua condanna.

Incredula ma decisa, ho sfidato la vita e perciò sono stata punita.

Rimessa al posto e zittita.

Un angolo buio e tetro la mia casa, quasi come a ricordarmi

che mai potrò più concedermi di crederci.

Il dubbio è stato sciolto ed insieme risolto.

Non è prevista una seconda possibilità, poiché certi miracoli nascondo già irripetibili.